LA SECONDA EDIZIONE DEL CICLO DI GEOPOLITICA “UNA STRATEGIA PER TRIESTE”, ORGANIZZATA DAL CLUB GEOPOLITICA TRIESTE CON IL SOSTEGNO DEL CENTRO CULTURALE VERITAS, RIPARTE DAL SUCCESSO DELLA PRIMA PROVANDO A MIGLIORARLA CON ALCUNE NOVITÀ.

Gli incontri diventano dodici. Nella prima parte del ciclo, i relatori, tutti under 40, affronteranno i principali attori (globali e regionali) della geopolitica odierna. Nella seconda parte ci si concentrerà invece su alcune aree calde. Le lezioni non si terranno più solo a Trieste, ma anche a Gorizia. Inizieranno sempre alle ore 18.00. In ogni appuntamento all’intervento del relatore seguirà un breve approfondimento, dedicato al rapporto tra l’attore presentato e Trieste o l’Italia, curato da uno studente iscritto al corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Trieste. Alla diretta Facebook sulla pagina Club Geopolitica Trieste si aggiunge anche quella sulla pagina Instagram del ciclo: strategia.trieste. Come l’anno scorso, l’ingresso è gratuito ma, grande novità, si possono prenotare i posti e sostenere il progetto del Club Geopolitica Trieste, partecipando alla raccolta fondi su Produzioni dal Basso.

CALENDARIO
29 settembre Trieste: ITALIA, con Francesco Maselli e Zeno D’Agostino
7 ottobre Trieste: RUSSIA, con Eleonora Tafuro Ambrosetti
14 ottobre Gorizia: IRAN, con Tiziana Corda
21 ottobre Trieste: CINA, con Francesca Ghiretti
28 ottobre Trieste: UCRAINA, con Oleksiy Bondarenko
4 novembre Trieste: GERMANIA, con Lorenzo Monfregola
11 novembre Gorizia: INDIA, con Matteo Miavaldi
18 novembre Trieste: TURCHIA, con Carlo Pallard
25 novembre Trieste: MEDITERRANEO, con Lorenzo Noto
2 dicembre Gorizia: INDO-PACIFICO, con Francesca Manenti
9 dicembre Gorizia: CORNO D’AFRICA, con Maddalena Procopio
16 dicembre Gorizia: GUERRA IN SIRIA, con Mauro Primavera

Gli incontri sono disponibili anche online sui canali Facebook Club Geopolitica Trieste e Instagram Una strategia per Trieste.

1. ITALIA – Francesco Maselli

Giornalista di politica internazionale, Francesco Maselli è corrispondente dall’Italia per il quotidiano francese l’Opinion e caporedattore de Linkiesta. Ha scritto anche per Il Foglio, Limes e Rivista Studio. È stato uno degli autori di “24 Mattino”, il programma di approfondimento mattutino di Radio 24. Conduce “Cavour”, un podcast che racconta la politica estera dal punto di vista italiano.

Sarebbe esagerato dire che l’Italia si trovi di fronte a un bivio; ogni passaggio storico lo è a suo modo. Di sicuro, però, il prossimo decennio metterà a dura prova il suo sistema paese, costringendolo ad affrontare notevoli cambiamenti. Ci sono in particolare tre sfide. La prima: rilanciare la crescita economica. La parte più innovativa dell’economia italiana, quella che negli ultimi dieci anni ha impedito il tracollo economico del paese, si fonda sull’export. Il Piano di rilancio è l’ultima occasione per aumentare la competitività, attrarre talenti dall’estero e potenziare le infrastrutture fisiche e digitali. La seconda: intervenire sulla demografia. L’Italia è un paese con un’età mediana elevatissima, dal 1993 il saldo naturale è negativo, circostanza aggravata dall’emigrazione. Risultato: da anni la popolazione diminuisce e nemmeno l’immigrazione riesce a compensare l’emorragia demografica. È necessario agire per rallentare e potenzialmente invertire questa tendenza, anche perché il calo della popolazione minaccia di causare la contrazione del mercato interno. La terza: riscoprire il Mediterraneo. Da un lato, bisogna recuperare la capacità di influire su ciò che accade sulle sponde meridionali, per evitare che la Libia collassi del tutto e che la Tunisia, visto il momento difficile che sta attraversando, diventi un problema per la sicurezza nazionale. Occorre anche lavorare per impedire che l’estero vicino diventi teatro di crisi continue e irrisolvibili. Per questo serve ripensare la presenza nei Balcani: è una zona del mondo che l’Italia ha smesso di considerare, mentre altri, come Turchia e Cina, non l’hanno fatto.

2. RUSSIA – Eleonora Tafuro Ambrosetti

Eleonora Tafuro Ambrosetti è research fellow presso l’osservatorio “Russia, Caucaso e Asia Centrale” dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). È stata Marie Curie Fellow presso l’Università tecnica del Medio Oriente (METU) di Ankara, dove ha anche conseguito un dottorato in “Relazioni internazionali”. Ha svolto attività di ricerca presso la Fondazione per le relazioni internazionali e il dialogo estero (FRIDE) e il Centro per gli affari internazionali di Barcellona (CIDOB).

Si parla spesso delle capacità militari della Russia e dell’uso a scopo geopolitico delle sue immense risorse energetiche. Meno trattato, invece, è il potere di attrazione di Mosca, ovvero la sua abilità di persuadere, convincere e cooptare attraverso risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni politiche. In altre parole, il suo soft power, secondo la definizione dell’accademico statunitense Joseph Nye. Sono molti e vari gli elementi che possono attirare persone e movimenti politici delle società occidentali verso la Russia: dalle fonti di soft power tradizionali e senza tempo, come la musica o la letteratura classica, a forme più complesse derivate dall’hard power, come il prestigio conferito dall’assertività diplomatica e militare di Mosca sulla scena globale. Anche il contenuto e la natura delle narrazioni sul soft power russo sono variegate: dal presunto pedigree antifascista ereditato dall’Unione sovietica al conservatorismo e alla difesa dei valori tradizionali della Russia odierna. Lo stesso presidente russo Vladimir Putin, al potere da più di vent’anni, gode di fascino personale ed esercita una notevole capacità d’attrazione in certi strati della popolazione europea. Durante la lezione verranno confrontate, anche tramite esempi concreti, le diverse narrative del soft power russo, inclusi gli aspetti controversi che spesso le accompagnano, con quelle di altre potenze (Cina, Usa e Turchia), per offrire un quadro ampio ma sintetico su questo tema di crescente rilevanza.

3. IRAN – Tiziana Corda

Tiziana Corda sta conseguendo un dottorato in “Studi Politici” presso il Network for the Advancement of Social and Political Studies (NASP) dell’Università degli Studi di Milano. Collabora inoltre come ricercatrice al progetto di ricerca “Violenze, Élite e Resilienza in Paesi sotto stress” (VERSUS, nell’acronimo inglese), coordinato dall’Università del Sussex e finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca dell’Unione europea (ERC).

È dal 1979, anno della sua istituzione, che ciclicamente viene annunciata la fine imminente della Repubblica islamica dell’Iran. Ogni volta, però, essa ha puntualmente dimostrato, malgrado forti limitazioni e debolezze, di essere in grado di garantire non solo la sopravvivenza della propria peculiare tipologia di regime, ma anche la propria influenza regionale. Anzi, negli ultimi vent’anni, nonostante le stringenti sanzioni internazionali e le molteplici minacce esterne, essa ha visto perfino aumentare la propria proiezione in Asia occidentale e oltre, per esempio in Africa e America Latina. Un risultato dovuto tanto al demerito altrui quanto al merito proprio nel trarre, con pazienza strategica e pragmatismo, il maggior vantaggio possibile dai vuoti di potere regionali e dalle stesse restrizioni imposte dall’isolamento internazionale. Se da un lato le restrizioni economiche hanno infatti contribuito a peggiorare il tenore di vita della popolazione iraniana, sul fronte politico il loro impatto sulle attività regionali si è invece rivelato essere ampiamente controproducente. Oggi, in un momento in cui permangono forti tensioni con altri attori (regionali e non), incertezze sul destino dell’accordo nucleare e timori legati al programma missilistico, risulta ancor più necessario provare a comprendere come la Repubblica islamica concepisce il proprio ruolo nella regione e nel mondo, attraverso l’analisi della sua politica estera in termini di obiettivi, attori coinvolti, strumenti e aree geografiche prioritarie. Questo al fine di andare oltre semplificazioni e letture anacronistiche che raffigurano l’Iran odierno come una potenza irrazionale guidata dal cieco fervore rivoluzionario.

4. CINA – Francesca Ghiretti

Dottoranda presso il King’s College London, Francesca Ghiretti è analista presso il Mercator Institute for China Studies (MERICS), dove si occupa di relazioni Ue-Cina e sicurezza economica. È stata ricercatrice del programma “Attori Globali – Asia” presso l’Istituto affari internazionali (IAI), ha svolto un tirocinio al Parlamento europeo e ha lavorato per Jaap de Hoop Scheffer, ex segretario generale della NATO.

La politica italiana nei confronti della Cina rimane poco delineata e nebulosa. L’approccio italiano è simile a quello di altri Stati europei che hanno deciso di privilegiare una posizione flessibile che permetta loro di mantenere un ampio spazio di manovra, invece di definire precisamente la propria postura verso Pechino. Tuttavia, pur nella continuità, è possibile individuare dei cambiamenti di rotta e degli aggiustamenti vissuti nella relazione Italia-Cina, nel quadro di una relazione rimasta, nel suo complesso, sempre aperta e positiva. Il grande “momento di svolta” che viene solitamente portato all’attenzione è stata la firma del Memorandum d’intesa da parte del governo Conte I, sostenuto da Lega e Movimento 5 Stelle, nel marzo del 2019. Con la firma l’Italia è divenuta il primo paese del G7 a prendere parte al progetto lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, la Belt and Road Initiative (BRI), anche noto come “nuova via della seta”. Poco dopo, nel settembre dello stesso anno, si è però insediato un nuovo esecutivo, il governo Conte II, fondato sulla maggioranza Movimento 5 Stelle – PD. Il cambio di governo ha favorito anche un cambio di approccio nei confronti di Pechino. L’analisi verterà sulle specifiche delle azioni verso la Cina dei due governi (Conte I e II), le dinamiche che le hanno guidate, gli elementi che le hanno distinte e quelli che le hanno accomunate. In conclusione, si aggiungerà un commento sulle novità introdotte su questo dossier dal governo Draghi, insediatosi lo scorso febbraio.

5. UCRAINA – Oleksiy Bondarenko

Oleksiy Bondarenko è dottorando e assistant lecturer presso la University of Kent nel Regno Unito. Lavora come assistant lecturer anche per il corso di “Politica e società della Russia” alla School of Slavonic and East European Studies (SSEES) della University College London (UCL). Collabora con East Journal e Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBCT).

Come suggerito dal nome (u krajna, “sul confine”), l’Ucraina è da sempre terra di frontiera. Sin dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, il paese, stretto tra Russia a est e Unione europea a ovest, ha faticato a trovare uno spazio autonomo sullo scacchiere internazionale. Rappresenta un confine fisico, culturale e strategico per le ambizioni del proprio vicino orientale, la Russia. Infatti, vista da Mosca, l’Ucraina è ormai l’ultimo baluardo contro l’espansione di Ue e Nato lungo i propri confini. Per Bruxelles e le cancellerie europee il paese è invece un’eterna incompiuta, perennemente sospeso tra oriente e occidente, incapace di rompere definitivamente con il passato, nonostante i numerosi tentativi. Dopo due rivoluzioni nel giro di dieci anni, Kiev deve oggi affrontare sfide epocali. Con la Crimea annessa dalla Russia e la guerra in Donbass che continua a dilaniare quello che una volta era il centro produttivo del paese, l’Ucraina è chiamata a gestire con fatica non solo le dinamiche che la incastrano nella morsa della rivalità geopolitica tra Russia e Occidente, ma anche le numerose turbolenze interne. La debolezza delle istituzioni, il potere degli oligarchi, l’instabilità politica e le difficoltà economiche sono tutti elementi che si intrecciano con questioni culturali legate alla definizione dell’identità nazionale. Così, se la rivoluzione di Maidan nel 2014 sembrava aver tracciato un percorso inevitabile per il paese, trovare il bandolo della matassa per i leader che si sono susseguiti da allora è stato più difficile del previsto. L’Ucraina si trova ancora ad essere, suo malgrado, terra di confine.

6. GERMANIA – Lorenzo Monfregola

Lorenzo Monfregola è un giornalista freelance di base a Berlino. Si occupa di geopolitica, Germania e violenza politica. Collabora con Aspenia, Il Tascabile, Eastwest, Le Grand Continent, Rivista Studio, ResetDOC, Radio 3 Mondo e altre testate. Lavora, inoltre, come analista geopolitico per gruppi e clienti privati. Lo scorso aprile ha pubblicato il suo primo romanzo, “Gli annegati” (il Saggiatore, 2021).

Le elezioni tedesche del prossimo 26 settembre, le più importanti dalla Riunificazione, apriranno un nuovo capitolo della storia tedesca ed europea. Dopo sedici anni di calibrato merkelismo, il paese si appresta ad affrontare quei dossier che la Kanzlerin ha, con rara maestria, rimandato per anni. Prima della classe della globalizzazione, campione mondiale del surplus commerciale, la Germania si trova oggi costretta a dover sviluppare una strategia per gestire la fine della pax americana e del mercato globale classicamente inteso. Essendo il paese il pilastro economico della filiera produttiva attorno a cui ruota l’intera Unione europea, la pandemia ha inoltre posto Berlino (e Francoforte) di fronte a scelte definitive rispetto al proprio impegno a non far collassare il progetto europeo. Protagonista assoluta della competitività industriale, la “locomotiva d’Europa” resta però incapace di una qualsiasi autonomia militare, tema su cui oscilla tra avventurismi sull’asse franco-tedesco e una difficile fedeltà al vecchio modello Nato. Territorio da sempre portato a scontrarsi o a stringere alleanze verso ovest ed est, la Germania del dopo Merkel cercherà una via sicura tra due tendenze interne in crescente conflitto. Da una parte, un’accelerazione neo-atlantista agganciata alla volontà di farsi avanguardia europea di una radicale svolta ecologico-produttiva; dall’altra, una rinuncia all’ancoraggio all’Occidente e il riemergere di tentazioni illiberali d’ispirazione euroasiatica. Le prossime evoluzioni della Germania, paese cardine costantemente frainteso o compreso solo strumentalmente da partner e interlocutori esterni, definiranno ancora una volta l’Europa a venire.

7. INDIA – Matteo Miavaldi

Matteo Miavaldi lavora come giornalista freelance e produttore di podcast. Si è occupato a lungo di Asia meridionale e in particolare di India, dove ha vissuto dal 2012 al 2018. I suoi articoli sono apparsi su numerose testate italiane, tra cui il manifesto ed Eastwest. È autore de “I due marò – Tutto quello che non vi hanno detto” (Edizioni Alegre, 2013). Quest’anno ha prodotto “Il Salto – Il caso Carlo Giuliani”, podcast di Sara Menafra trasmesso da Rai Radiotre.

La pandemia di Covid-19 ha fatto emergere gli enormi limiti strutturali e sistemici che impediscono all’India di realizzare l’obiettivo che insegue da decenni: essere definitivamente riconosciuta dalla comunità internazionale come una superpotenza. Il premier Narendra Modi, forte di una conferma plebiscitaria alle urne nel 2019, aveva iniziato il secondo mandato varando misure profondamente divisive, in linea con l’ideologia suprematista hindu apprezzata da parte del proprio elettorato. Dalla legge sulla cittadinanza che discrimina la minoranza musulmana, passando per l’abrogazione dell’autonomia del Kashmir, il destino della democrazia indiana appariva segnato nel solco di un “maggioritarismo hindu” di stampo autoritario. Nel 2020, con la diffusione del coronavirus nel paese, le politiche settarie del governo sono state temporaneamente accantonate per lasciare spazio al racconto di un presunto “eccezionalismo indiano” che avrebbe, secondo Modi, salvato l’India dal Covid-19. Le cose sono andate diversamente. Il fallimento delle strategie di contenimento del virus e della campagna vaccinale, così come la sistematica contraffazione del bilancio pandemico, hanno condannato il paese a soffrire più di ogni altro attore regionale i danni collaterali della pandemia, specie sul piano economico. Oggi l’India si trova così ad affrontare tre crisi: quella sanitaria, per cui continua a non essere attrezzata; quella economica, con tassi di crescita ai minimi storici e un mercato del lavoro sostanzialmente paralizzato; e, infine, quella dei diritti umani e della libertà d’espressione, mai così in pericolo nella “democrazia più grande del mondo”.

8. TURCHIA – Carlo Pallard

Storico del pensiero politico, Carlo Pallard sta attualmente terminando un dottorato in “Mutamento Sociale e Politico” presso l’Università degli Studi di Torino. Membro del comitato scientifico della rivista East Journal, l’anno scorso ha pubblicato “Turchia – Dai generali a Erdoğan. 1960-2020” (Eiffel edizioni, 2020).

Secondo lo storico Erik J. Zürcher, la Turchia è “un paese che costituisce una parte dell’Europa, ma anche al di fuori di essa, una parte del mondo islamico, ma diversa da ogni altro paese musulmano”. Il paese anatolico rappresenta così un caso di studio di grande interesse, essendo posto al centro di un intricato sistema di relazioni che si intersecano con alcuni dei grandi temi della geopolitica contemporanea: la ridefinizione del quadro politico del Medio Oriente, l’integrazione europea, le pulsioni eurasiatiste, il ruolo dell’islamismo politico a livello nazionale e globale. La Turchia, oggi tra i principali interlocutori politici dell’Unione europea, è così tornata al centro dell’attenzione per il ruolo fondamentale che riveste negli scenari regionali (Medio Oriente, Caucaso e Mediterraneo orientale). Soprattutto in questi ultimi anni, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha imposto alla politica estera turca una svolta radicale. Ankara mantiene una posizione estremamente assertiva, ignorando spesso le relazioni consolidate per rivolgersi a partnership variabili a sostegno di un disegno di egemonia regionale che Erdoğan intende perseguire in modo sostanzialmente unilaterale e, fin quando possibile, senza rendere conto agli alleati. Ciò ha consentito ad Ankara di aumentare in modo impressionante il proprio peso geopolitico in diversi quadri regionali tra Europa, Medio Oriente e mondo post-sovietico. Al contempo, si tratta però anche di un gioco molto pericoloso, che spinge la Turchia verso una rischiosa sovraesposizione strategica difficilmente sostenibile dalla sua struttura economica e che ha minato rapporti di fiducia costruiti in decenni di alleanze stabili.

9. MEDITERRANEO – Lorenzo Noto

Lorenzo Noto è un analista esperto di geopolitica del Mediterraneo, energia e dispute marittime, con un focus particolare su Mediterraneo orientale e Mar Egeo. Collabora con Limes e limesonline.com, per cui cura la rubrica storica Limesnerd, dedicata agli anniversari geopolitici.

L’importanza del Mediterraneo non riguarda tanto le coste che vi si affacciano quanto il suo essere mare di mezzo tra gli oceani: l’Atlantico, simbolo del dominio Usa, e l’Indo-Pacifico, spazio dove si concentra la competizione tra le potenze. “Medioceano” più che Mediterraneo; insenatura tra due sezioni dell’Oceano Mondo più che mare semichiuso incastonato tra tre continenti. Oggi il suo termometro geopolitico è in costante ascesa. La concentrazione degli sforzi Usa per contenere la Cina nel Mar Cinese Meridionale ha indotto avversari o presunti alleati a insediare questo quadrante. La penetrazione delle nuove vie della seta cinesi (marittime) e la presenza militare di Turchia e Russia nell’ex Libia sono microsismi che mutano l’orogenesi geopolitica del Medioceano/Mediterraneo. Così, lo Stretto di Sicilia diviene soglia della competizione tra potenze lungo il confine dei mondi percepiti dell’ordine e del caos. In questo interstizio dove si consuma la contesa tra le massime potenze mondiali, si muovono anche altri attori. Non solo gli euroccidentali (Francia, Regno Unito, Germania) e i dirimpettai nordafricani (Algeria, Egitto), ma anche Israele, Libano e Siria, fino a Emirati e Qatar. Con i suoi ottomila chilometri di costa e un’economia strutturalmente dipendente dai traffici marittimi, l’Italia è quasi isola immersa nello stretto transoceanico: una rendita geostrategica notevolissima, in teoria. Nonostante ne sia profondamente interessata, Roma partecipa tuttavia a pochissime delle partite in corso. L’introversione terragna dell’Italia non aiuta la consepevolezza del peso di tali partite strategiche. Eppure, il suo futuro resta dipendente dal mare.

10. INDO-PACIFICO – Francesca Manenti

Francesca Manenti è senior analyst presso il Centro studi internazionali (Ce.S.I.), dove è responsabile del desk “Asia e Pacifico”. Per il Ce.S.I. si occupa di temi di politica, sicurezza e geoeconomia in Iran, Asia meridionale, Asia orientale e sud-est asiatico. Coordina inoltre i programmi “Xiàng”, dedicato alla Cina contemporanea, e “ASEAN Directory”, incentrato sulla geopolitica del sud-est asiatico. Interviene abitualmente come commentatrice sulle principali emittenti TV e radio nazionali.

Negli ultimi due decenni, le convulse trasformazioni avvenute nel contesto internazionale hanno ridefinito la mappa geopolitica della regione compresa tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico, creando un unico arco di nuove geometrie di interessi lungo il quale nuove sfide e opportunità si sono sovrapposte a crisi e tensioni pregresse. La competizione marittima, la lotta per la connettività delle infrastrutture regionali, il contrasto ai fattori di insicurezza (pirateria, migrazione irregolare, radicalizzazione e terrorismo) e i punti di nuova infiammabilità (competizione Cina-Usa, rivalità regionali) sono ormai emersi come i paradigmi per la ridefinizione degli equilibri contemporanei nella macro-regione dell’Indo-Pacifico. La rapida ascesa della Cina e l’incremento della sua assertività sono stati senz’altro stimoli essenziali per la formulazione di questo nuovo assetto geopolitico, che ridisegna i confini della mappa concettuale asiatica e apre alla formazione di nuove alleanze allargate. Il rilancio della connettività regionale e la promozione della libertà di navigazione e del rispetto del diritto internazionale del mare sono diventate le due direttrici fondamentali della competizione geopolitica nell’area. La stipula di nuove alleanze pragmatiche ad architettura variabile non sta interessando più solo i tradizionali attori regionali. È divenuta fonte di attrazione anche per attori esterni, come l’Unione europea, che riconosce nell’area dell’Indo-Pacifico un teatro strategico per la definizione – o la ridefinizione – degli equilibri internazionali.

11. CORNO D’AFRICA – Maddalena Procopio

Maddalena Procopio è associate research fellow per il programma “Africa” dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) e analista politica per l’Africa sub-sahariana nella Direzione Public Affairs di Eni. Nel 2017 ha conseguito un dottorato in “Relazioni Internazionali” alla London School of Economics (LSE). Si occupa di relazioni Africa-Cina, politica estera, governance e potenze emergenti. Ha partecipato a progetti di ricerca sul soft power cinese in Africa.

Fin dai primi anni 2000, quando iniziava un cambio di passo nelle relazioni sino-africane, l’interesse della Cina per l’Africa Orientale e, più specificatamente per il Corno d’Africa, ruota attorno alla sua posizione geostrategica. Situato all’intersezione di rotte commerciali tra Asia ed Europa, porta d’accesso all’Africa, di cui dal 2009 la Cina è diventata primo partner commerciale, e prossimo alla penisola arabica, da cui proviene gran parte del petrolio consumato in Cina, il Corno d’Africa resta per Pechino uno snodo vitale. Materie prime, infrastrutture e telecomunicazioni sono solo alcuni dei settori in cui la Cina si è espansa in Africa Orientale. Inoltre, nel 2017 l’Esercito popolare di liberazione cinese ha aperto a Gibuti la prima base militare all’estero, dopo che la sicurezza della navigazione, da cui dipende fortemente l’economia cinese, si era imposta come questione di sicurezza nazionale. Il Corno d’Africa è, al contempo, anche una delle regioni più instabili del continente e del mondo. L’intreccio di rivalità regionali, alimentate da interessi esterni, ha presto posto Pechino di fronte alla necessità di gestire relazioni complesse sia a livello bilaterale che multilaterale. La Cina si è dunque trovata obbligata a far leva su diplomazia e soft power, allestendo così una serie di alleanze strategiche e inserendosi a sua volta in dinamiche di competizione che coinvolgono sia attori regionali che internazionali. Resta ora da vedere quanto gli effetti economici, politici e sociali della pandemia nella regione, come in Cina e nel resto del pianeta, rimodelleranno alleanze e geografie.

12. GUERRA IN SIRIA – Mauro Primavera

Mauro Primavera è dottorando e cultore della materia in “Geopolitica” e “Storia delle civiltà e delle culture politiche” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha condotto un periodo di ricerca al Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, nell’ambito del master in “Studi sul Medio Oriente” conseguito nel 2018 presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) dell’Università Cattolica di Milano.

Il sogno di una Siria democratica e pluralista, nato sull’onda delle “primavere arabe” del 2010-2011 che rivendicavano la democratizzazione dei sistemi politici e sociali, si infranse quasi subito. Tra il marzo e l’aprile del 2011, il regime di Bashar al-Assad, sopprimendo le manifestazioni di piazza, innescò un’escalation di violenza che trasformò rapidamente le opposizioni pacifiche in organizzazioni armate. Un passaggio di fondamentale importanza dal punto di vista geopolitico, in quanto segnò la nascita di un “conflitto ibrido”, caratterizzato dal collasso del controllo governativo e dalla conseguente ascesa di attori non statuali. Saranno quest’ultimi che, insieme alle ingerenze esterne, scandiranno le successive tappe del conflitto. La durata degli scontri, la pluralità e la diversità degli attori rendono la guerra in Siria un fenomeno multilivello estremamente complesso: analizzarlo è utile per comprendere la situazione del Levante e dell’intero mondo arabo. La lezione si concentrerà quindi su aspetti diversi ma complementari: le fasi cruciali della guerra, osservando come essa è mutata nel corso del tempo; le caratteristiche ideologiche e organizzative degli attori in campo e le loro relazioni; le dinamiche geopolitiche e le scelte geostrategiche adottate dal regime siriano e dai suoi avversari. Infine, verranno trattati anche gli ultimi eventi, dagli effetti della pandemia di Covid-19 alla crisi interna al regime, fino alle elezioni presidenziali dello scorso maggio.