“Casa di Studio per tutti i Popoli” è il progetto del Centro Culturale Veritas che si propone di approfondire l’ebraismo attraverso i testi della sua tradizione religiosa, talmudica e post-talmudica, moderna e contemporanea. Iniziato nel 2019 e curato da Raniero Fontana, filosofo ed ebraista, “Casa di Studio per tutti i Popoli” vede fra i relatori il biblista mons. Luigi Nason, che sta tenendo un ciclo di lezioni di ebraico biblico; il rabbino di Trieste Alexander Meloni; don Carmelo Raspa, docente di esegesi biblica ed ebraismo; la storica dell’arte e direttrice del Museo del Castello di Miramare Andreina Contessa. Abbiamo raggiunto il professor Fontana per una panoramica sui prossimi incontri.

Il 7 febbraio si presenta il suo libro “Parole a doppio taglio. La controversia nella letteratura rabbinica” (Pazzini editore, Rimini 2021). Perché le parole sono “a doppio taglio”?

Con questa definizione si sottolinea che la disputa è una cosa seria, con cui ci si può anche fare male. In alcuni commenti si parla di “guerra della Torah”, una metafora che i maestri hanno cercato di mitigare sottolineando l’esito a cui quella deve portare: i contendenti “non si lasceranno finché non si saranno amati l’un l’altro”. Nell’ambito dello studio della Torah c’è una forte competizione fra le scuole. La discussione può diventare molto accesa; fondamentale è mantenere il rispetto reciproco, per non rischiare una spaccatura anche all’interno della società e non solo della scuola.

Che significato ha il dialogo nell’ebraismo?

Il dialogo è un pilastro dell’ebraismo. La comunità ebraica è una comunità che si costruisce attorno ad un testo che va interpretato. Le interpretazioni possono anche essere in contraddizione fra loro. Il punto è che la parola della rivelazione è necessariamente plurale. Una pluralità assunta non solo da parte dell’uomo ma anche da parte di Dio: la parola scende, per così dire, già decostruita. Questo è un tratto tipico dell’ebraismo che lo contraddistingue dal cristianesimo. A questo proposito, l’abbé Pierre – il quale, è vero, non era un teologo di professione – scrisse di voler chiedere al Dio cristiano, Uno e Trino: “come avete fatto voi Tre ad andare sempre d’accordo?”

Qual è l’attualità della disputa nel nostro oggi, anche per chi non è ebreo?

In Israele gli ambienti di studio delle fonti del Talmud sono una vera e propria palestra dove esercitare l’intelligenza critica e le virtù che dovrebbero formare un cittadino democratico: saper ascoltare, argomentare, sviluppare l’empatia. È un allenamento per stare insieme. L’ebraismo non incoraggia la dismisura.

È un messaggio per una Trieste “scontrosa”?

Città scontrosa è la parola giusta. Scherzi a parte, non è facile il passaggio da un mondo come quello di Israele al mio contesto attuale. Mi mancano l’apertura intellettuale e lo stimolo alla ricerca che a Gerusalemme erano pane quotidiano.

Sarà don Carmelo Raspa a presentare il suo libro. Vi conoscete da molto tempo?

Raspa è stato per un lungo periodo a Gerusalemme, molti anni fa. Ci siamo conosciuti al Pontificio Istituto “Ratisbonne” dove insegnavo. Sarà un piacere rivederlo.

Il 21 febbraio riprenderà il percorso su Maimonide, iniziato lo scorso anno. Perché ha scelto di approfondire questa figura?

Maimonide è un grande maestro dell’ebraismo medievale, la cui rilevanza è universale e sempre attuale. Filosofo ma non solo, si può considerare un autentico intellettuale mediterraneo. Nato in Andalusia, studiò medicina in Marocco e infine si trasferì in Egitto, nella città che attualmente è il Cairo. Ebbe un rapporto complesso con l’Islam ed anche con il cristianesimo, con cui venne brevemente a contatto in terra di Israele, nel contesto delle Crociate, e poi in Egitto.

L’opera filosofica di Maimonide è monumentale, ci limiteremo a piccoli assaggi del suo pensiero, focalizzandoci sui rapporti con le altre religioni: l’Islam soprattutto. Toccheremo alcune pagine tratte dal “Mishne Torah” e dalla “Guida dei perplessi”, in particolare la parte finale con alcuni capitoli dedicati alla vita perfetta. Sono testi complessi ma è bello attingere direttamente alle fonti. Per questo all’interno di “Casa di Studio per tutti i Popoli” sta proseguendo il corso di ebraico biblico. L’obiettivo è quello, sia pure balbettando, di arrivare un giorno alla lettura dei testi originali.

Per concludere mi permetto una domanda un po’ personale: durante le conferenze lei porta sempre un cappello, anche al chiuso: c’è una motivazione teologica?

Mi sono abituato a portare il cappello in Israele. È pratico: se ci si mette un cappello qualsiasi a Gerusalemme si può entrare e uscire come si vuole in qualunque posto. Va poi detto che coprirsi la testa, per gli ebrei, è un segno forte che richiama il senso di una presenza dall’alto – la presenza di Dio. Questo è tanto più vero durante lo studio.

 

Raniero Fontana è filosofo, teologo ed ebraista. Ha vissuto ventinove anni in Israele dove ha insegnato come docente e collaborato con istituzioni accademiche di Gerusalemme e del paese, sia cristiane (Institut Pontifical Ratisbonne, Institut A. Decourtray) sia ebraiche (Shalom Hartman Institute, Hebrew University). Attualmente risiede a Trieste. È autore di numerose pubblicazioni, di articoli e di libri, centrati principalmente sull’ermeneutica rabbinica, sul posto dei non-ebrei ai piedi del Sinai, sul noachismo, sul rapporto tra Torah e democrazia. (Nella foto d’archivio del Centro Culturale Veritas, Raniero Fontana con il direttore Luciano Larivera S.I.)