Nulla si sa con certezza della sorte di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita romano fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa in Siria, rapito a Raqqa alla fine di luglio 2013. Ciò che è certo e vivo è il suo messaggio di amicizia e pace tra donne e uomini in Medio Oriente, un luogo di cui Paolo Dall’Oglio si era innamorato dal 1980, epoca dei suoi studi all’Università di Beirut.

Questo il cuore dell’incontro al Centro Culturale Veritas svoltosi mercoledì 8 novembre, dedicato all’esperienza del gesuita. È giunta da Roma una sorella del religioso, la signora Immacolata Dall’Oglio, (a sinistra nella foto) che ha portato la sua toccante testimonianza.

I relatori erano Riccardo Cristiano, giornalista; Nader Akkad, imam di Trieste, originario della Siria; Paolo Parisini, rappresentante della comunità di Sant’Egidio a Trieste; Flavia Crisma, componente dell’Associazione Amici di Deir Mar Musa.

Da sinistra: Paolo Parisini, Nader Akkad, Riccardo Cristiano, Luciano Larivera

 

Era presente ed ha portato il suo saluto la famiglia Farwe, attualmente domiciliata a Trieste, giunta in Italia dalla Siria attraverso il corridoio umanitario della Comunità Sant’Egidio in collaborazione con le comunità Valdesi, Evangeliche e Metodiste.

La conferenza si proponeva di raccontare il cammino di padre Paolo e della comunità siro-cristiana nel contesto della guerra civile scaturita dalle rivolte del 2011 contro il regime di Bassar-al-Asad.

Come ha ricordato il presidente del Centro Veritas Luciano Larivera, al centro della vita e del pensiero di Dall’Oglio c’è la sfida della permanenza dei cristiani in Medio Oriente.

La forza delle fedi religiose in dialogo tra loro può dare un contributo alla costruzione della pace. In tal senso la presenza di luoghi di alta spiritualità come il monastero di Deir Mar Musa è un segno concreto.

Flavia Crisma

E proprio per presentare il vissuto della comunità monastica di Deir Mar Musa al-Habashi è intervenuta Flavia Crisma, che da Trieste era partita nel 2011 alla volta di Damasco per motivi di studio ed aveva trascorso tre settimane nel monastero fondato da padre Dall’Oglio.

Deir Mar Musa al-Habashi è un luogo di meditazione fondato nel VI secolo da un gruppo di anacoreti di rito siro-antiocheno, con preziosi affreschi risalenti all’XI e al XII secolo, non più frequentato da secoli. Padre Dall’Oglio si era innamorato delle rovine e nel 1991, dopo i restauri curati da un progetto italo-siriano, assieme a padre Jaques Mourad aveva fondato qui una comunità ecumenica composta da monaci e monache.

«Il nome della comunità è Al-Khalil, che significa “l’amico di Dio”, ed è il nome con cui i fedeli islamici indicano Abramo – ha spiegato Crisma. – L’ospitalità è uno dei quattro pilastri su cui si fonda. Esiste uno specifico voto dei monaci riguardo all’ospitalità, che è intesa in modo teologico: l’altro è il luogo dove si sperimenta l’ospitalità di Dio».

Centinaia di persone sono giunte negli anni in pellegrinaggio al monastero, di ogni confessione religiosa e da ogni parte del mondo. L’ospitalità è gratuita e totale, tanto che i visitatori condividono i lavori manuali con i monaci. L’aspetto contemplativo condiviso consiste in un’ora di meditazione silenziosa che precede la Messa.

“Amare i musulmani”: questo è il quarto pilastro della comunità indicato da padre Dall’Oglio. Flavia Crisma ha ricordato come padre Paolo chiedesse a chi voleva diventare monaco qual era la sua relazione con l’Islam. Alla risposta “non ci sono problemi”, il gesuita rimarcava: quello che chiedo non è l’assenza di problemi, ma l’amore per l’Islam. Per “rendere visibile l’amore di Cristo per l’Islam e i musulmani”.

«Da quando le ostilità sono interrotte, i pellegrinaggi stanno pian piano riprendendo; i monasteri in questi anni non hanno mai smesso di ospitare persone dei villaggi che sono nel bisogno a causa della guerra».
La preghiera, il lavoro manuale, l’ospitalità, la vocazione al dialogo e all’armonia tra le religioni sono dunque le caratteristiche fondanti della comunità monastica Al-Khalil, che oltre a Deir Mar Musa comprende anche i monasteri di Mar Elian (San Giuliano, a Qaryatayn, in Siria: è stato distrutto dall’ISIS il 21 agosto 2015), di Deir Maryam (a Sulaymanyah nel Kurdistan Iraqueno), e di San Salvatore a Cori, in provincia di Latina. Qui si trovano i monaci di nazionalità non siriana, che vi sono giunti a causa della guerra.

Il giornalista Riccardo Cristiano

Riccardo Cristiano, autore del libro Paolo Dall’Oglio. La profezia messa a tacere (San Paolo, 2017) ha ricostruito l’esperienza di padre Dall’Oglio in Medio Oriente nel quadro degli eventi che hanno accompagnato la sua permanenza in Libano prima e in Siria poi.

Ha ricordato come il 1982 fosse stato un anno di stragi. In Siria, tra il 2 e il 28 febbraio 1982, le forze governative dell’allora presidente Hafiz-Al-Asad, padre dell’attuale presidente Bassar-al-Asad, rasero pressoché al suolo la città di Hama, che era insorta contro il regime, uccidendo un numero di persone stimato tra le 20 e le 50mila. In Libano, il 16 settembre 1982, le milizie cristiano-falangiste entrarono nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila e uccisero migliaia di civili indifesi: anche di questa strage non si ha il numero esatto di vittime.

Questo il contesto ed il clima in cui padre Paolo vive quegli anni così decisivi per la sua formazione umana e religiosa. Si comprende così la sua scelta di lavorare indefessamente per il dialogo. «Quella della concordia islamo-cristiana è la frontiera dove si gioca il tempo attuale – ha detto Cristiano. – Dall’Oglio lo aveva compreso nel 1982».

«Da teologo, padre Paolo aveva indicato la necessità di ragionare in termini diversi dalla dicotomia “informatica” uno-zero, che è l’operazione utilizzata dalla logica dell’identità etnonazionalistica. È l’ospitalità – ha ricordato il giornalista – la figura teologica che può riaprire lo spazio del riavvicinamento. L’ospitalità immette nel circuito della conoscenza: è un “cuscinetto” abramitico».

«Il Grande Imam di al-Azhar ha detto che leggendo la Torah, il Vangelo e il Corano “si sente la stessa voce”. Qui c’è uno dei punti essenziali della teologia di padre Dall’Oglio: la ricerca di scambio “alto” nella comune spiritualità; una spiritualità tuttavia quotidiana, non relegata in un ambito di studiosi».

«L’ospitalità – ha concluso Cristiano – rende pronti a questa apertura».

Nader Akkad, imam di Trieste, ha conosciuto personalmente padre Paolo Dall’Oglio: «Il suo invito al dialogo non era un messaggio di facciata. Lui era 24 ore su 24 con la gente del posto. Per lui il dialogo era il mezzo per arrivare a Dio. Era veramente “credente in Gesù, innamorato dell’Islam” (il titolo di un suo libro, ndr). Chi crede in Gesù, è innamorato di tutti gli altri».

«Padre Paolo manifestava il suo amore, non stava chiuso nel monastero, andava nei villaggi vicini. Il dialogo non sono solo parole, ma fatti: l’ospitalità, nei due sensi, è un fatto. La condivisione della preghiera, dei pasti, delle chiacchiere: questo il centro dell’ospitalità».

«Paolo – ha proseguito Akkad – si sentiva siriano; il suo cuore, la sua cultura, è in Siria. La dittatura degli Asad ha tolto la dignità al popolo siriano. La rivoluzione siriana è nata per la libertà e per la dignità: padre Paolo non poteva stare fermo di fronte alla sofferenza del popolo».

«Da vero credente non ha voluto stare in silenzio di fronte alla voce degli oppressi, è stato sempre presente dove ci fosse bisogno di una mediazione – ha detto ancora l’imam. – Il popolo siriano avrà sempre un posto per padre Paolo nel cuore».

«L’incontro con Paolo è sempre molto piacevole – ha concluso Nader Akkad, visibilmente emozionato. – la sua pronuncia della nostra lingua è molto bella. Io lo aspetto per riabbracciarlo».

Paolo Parisini, dopo aver osservato che «i sentieri degli operatori di pace si incontrano sempre» ha ricordato come padre Paolo fosse assiduamente presente agli incontri “Religioni e culture in dialogo” di Assisi, lanciati da Giovanni Paolo II.

«La pace è una cosa che si costruisce col proprio nemico» ha detto Parisini. Questo comporta dei rischi: «Ci sono molti religiosi rapiti in Siria, di cui non si sa nulla. Tra loro – ha ricordato – anche due vescovi di Aleppo, Paul Yazigi e Mor Gregorious Yohanna Ibrahim. I profeti sono destinati alla persecuzione, il potere tenta sempre di silenziarli».

L’esponente della Comunità di Sant’Egidio ha poi spiegato il funzionamento dei corridoi umanitari, sottolineando il fatto che proprio martedì 7 novembre è stato firmato un nuovo protocollo di intesa con lo Stato italiano per l’ingresso di altri 1000 profughi dalla Siria.

L’accoglienza comincia in Libano: secondo la legislazione internazionale, non è possibile ottenere il visto per un Paese europeo in uno Stato di transito. Sant’Egidio, con la collaborazione delle altre associazioni, ha istituito un ufficio che emette un “visto territoriale limitato per l’Italia”, in modo da permettere il viaggio con i mezzi di linea e l’ingresso legale nel nostro Paese.

«Poi i profughi non si sottraggono al normale iter di accoglimento della richiesta di asilo – ha spiegato. – Ma in questo modo anzitutto risparmiano un viaggio terribile ed in secondo luogo sono inseriti in un progetto di accompagnamento che favorisce l’integrazione grazie ad una serie di azioni programmate: l’apprendimento della lingua per tutti, la scolarizzazione per i bambini, la relazione con le famiglie italiane fino all’inserimento nel mondo del lavoro.

«Si tratta di un progetto privato, i fondi provengono dalle comunità cristiane. Per questo è possibile una maggiore flessibilità».

Parisini ha dato la parola alla famiglia Farwe, composta dal signor Jehad, dalla moglie Joumana e dal figlio George, giunta a Trieste ad aprile scorso da Laodicea, nel Nord-Ovest della Siria, in fuga dalle persecuzioni, grazie ai corridoi umanitari aperti dalla comunità di Sant’Egidio.

I signori Farwe frequentavano assiduamente il monastero di Mar Musa e conoscevano padre Paolo. Per tutti loro ha parlato la signora Joumana Farwe: un sacerdote siriano ha fatto da interprete. «Eravamo una sola famiglia con i monaci di Mar Musa – ha detto con molta emozione. – Noi speriamo di poter abbracciare di nuovo Paolo. Grazie a Sant’Egidio, grazie all’Italia, perché possiamo stare qui. La nostra speranza è di riuscire a vivere qui dignitosamente».

Ha concluso la serata la testimonianza della signora Immacolata Dall’Oglio, giunta da Roma a Trieste dove si trattiene poche ore: «Ho accettato volentieri l’invito del Veritas. Quello che posso dirvi è che non vediamo l’ora di rientrare per la porta stretta del monastero di Mar Musa».

«Per Paolo ci assumiamo il rischio della speranza, anche se non è facile. La cosa bella è che siamo in tanti ad assumere questo rischio, e quando ci stanchiamo c’è sempre qualcuno che ci dà il cambio, come in una staffetta».

Qui il video in cui padre Dall’Oglio racconta Mar Musa: