Luca Grion

Organizzato da Uciim Trieste (Unione Cattolica Italiana di Insegnanti, Dirigenti, Educatori e Formatori) si è svolto venerdì 28 ottobre nell’aula magna del Liceo Carducci Dante l’incontro “Sulla crisi della comunità educante: isole o nodi di una rete?”, primo appuntamento del corso di quest’anno su “Scuola comunità educante”.

La relazione principale è stata sviluppata da Luca Grion, professore associato di filosofia morale presso l’Università degli Studi di Udine e presidente dell’Istituto Jacques Maritain di Trieste.

Quest’anno ogni conferenza del ciclo “Scuola comunità educante” sarà abbinata ad un laboratorio.

Martedì 8 novembre dalle 18.00 alle 19.30 presso il Centro Culturale Veritas si svolge, a cura dell’Associazione Oltre quella sedia, “UN’ESPERIENZA UNIVERSALE… dal Diluvio ad essere tutti sulla stessa barca”.

Il laboratorio di Oltre quella sedia metterà in scena il tema dell’ arca di Noè attraverso la tecnica del teatro espressivo che lavora sulla parte emozionale di un testo. L’Uciim ha chiesto a Marco Tortul di coinvolgere gli insegnanti sul tema della comunità educante e il testo biblico del diluvio rappresenta un valido strumento narrativo.

La relazione di Luca Grion


(a cura di Marina Del Fabbro)

Un saggio proverbio africano afferma che “Per educare un bambino ci vuole un villaggio”. Igino, nella favola di Cura, ricorda che è proprio a questa divinità che è affidata la vita dell’uomo. John Donne nella sua XVII Meditazione, che tutti conosciamo per essere stata ripresa da Hemingway, riflette sul fatto che «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te»

E noi, a cosa ci sentiamo più simili: a isole o a nodi?

Decisamente densa, affascinante e ricca di spunti la conversazione “Sulla crisi della comunità educante: isole o nodi di una rete?” con cui Luca Grion ha aperto lo scorso 28 ottobre 2022 il corso di aggiornamento proposto da UCIIM-Trieste per l’a.s. 2022-23 il cui filo conduttore “La scuola come comunità educante” sarà affrontato nel corso dell’anno da tre prospettive diverse: a questa prima filosofica seguirà una seconda psicologica ed infine l’ultima, pedagogico-didattica.

La prospettiva della conversazione di questa sera, ha detto subito in apertura il relatore, come è stato detto sarà filosofica, ma non per questo sentiamola distante dal nostro vissuto: perché se è vero che il nostro non è il tempo della proclamazione di speculazioni filosofiche che sentiamo troppo distanti e astratte, è però altrettanto vero che le realtà che stiamo vivendo inverano esattamente le concezioni filosofiche elaborate nel passato.

La stessa immagine evocata nel titolo, isola e nodo, rappresentano due ben precise visioni del mondo: individualistica la prima, relazionale la seconda.

La prima, quella in cui ciascuno si sente un’entità chiusa e autoreferenziale è quella per cui, come ebbe a dire Margaret Thatcher “la società non esiste, esistono solo gli individui” o, parole di Ronald Reagan, “il governo non è la soluzione ma il problema”. E’ una visione del mondo che funziona per sommatoria, che si pone come obiettivo il bene totale e fa PIL.

Ben diversa dalla proposta di Jacques Maritain che al bene totale preferisce il bene comune, e al conteggio per sommatoria quello per moltiplicatoria, molto più esigente in quanto non ammette il fallimento di nessuno perché anche un solo zero azzererebbe tutto il risultato finale.

È un concetto di società o comunità in cui tutti si sentono parte integrante e da cui nessuno è escluso. Ma è anche il concetto di comunità che attualmente è in crisi a cui si reagisce con azioni di chiusura e privatizzazione: anche in campo educativo. Da cui la rottura dell’alleanza tra scuola e famiglia, la tendenza di quest’ultima a un atteggiamento protettivo nei confronti del figlio e alla percezione di un’invadenza educativa da parte della scuola.

Scuola che, per reazione, si arrocca su posizioni di difesa, offrendo così ai ragazzi lo spettacolo di un mondo adulto diviso e facendo loro percepire che tra i vari soggetti educativi non vi è condivisione di valori, cosa per altro verissima in quanto viviamo in pieno relativismo etico.

Ciò cui assistiamo è la realizzazione di quanto anticipato dal “pensiero debole” di Friedrich Nietzsche: il bene non è qualcosa di condiviso, ma dipende da ciò che ciascuno percorre nel suo personale vissuto e vive nel suo privato. Con la conseguenza che non esiste più una morale pubblica ma solo un’etica privata.

Se poi il bene e la felicità, e questo è il pensiero che si è imposto nella modernità, consistono esclusivamente nella soddisfazione del piacere del singolo, è evidente che ognuno perseguirà un bene diverso, e non solo: gli altri, e questa è la lezione di Thomas Hobbes, diventeranno nemici in quanto competitori nel faticoso sforzo per riuscire a soddisfare i propri desideri. È la logica dell’homo homini lupus. L’altro, nella migliore delle ipotesi, potrà essere un mezzo di cui servirmi, in chiave mercantilistica, per ottenere piacere. È evidente che l’immagine più rispondente a questa visione in cui ciascuno è un’individualità materiale, un io odioso, è quella dell’isola.

Discorso ben diverso quello fatto da Maritain che nel 1946 propose la persona come essere in relazione e la persona stessa come bene comune: è una visione che richiama l’immagine del nodo che non esiste fuori dal legame e in cui quello che conta non è tanto il nodo in sé ma la tenuta della rete. Per Maritain l’uomo non può ridursi alla sola materialità o a un qualcuno che si esaurisce nella soddisfazione dei desideri; ha una personalità spirituale che afferma la sua trascendenza. La via privilegiata da seguire è non importa se quella cristiana dei santi o quella laica degli eroi: l’essenziale è assecondare un movimento di apertura, dar corso alla capacità di donarsi e creare legami.

L’indagine filosofica finora esposta, ha osservato Luca Grion nel passare alla seconda parte della sua conversazione, ci può aiutare a leggere la realtà. Ma, nella concretezza, che fare?

Ecco due possibili suggerimenti operativi:

Il primo: prestare attenzione ad una tendenza che si va affermando dall’America e di cui è portavoce qui in Italia Luigina Mortari cioè l’etica della cura e, secondo: per ricostruire valori condivisi positivi prendere spunto dalle esperienze negative.

Esaminiamole brevemente entrambe.

Nel suo interessantissimo testo “Filosofia della cura” Luigina Mortari intreccia la filosofia classica, Socrate, Platone, con quella esistenzialista (Heidegger). Il punto di partenza è la favola di Igino (I sec. a. C.) che narra della creazione dell’uomo da parte della dea Cura o più precisamente sulla disputa per decidere a chi spetta dare il nome a questa nuova creatura. A Cura che l’ ha plasmata o alla Terra che ha fornito la materia o ancora a Zeus che le ha infuso lo spirito? Saturno, chiamato a risolvere la contesa così decide: poiché tutti hanno contribuito, Giove alla morte dell’uomo se ne riprenderà lo spirito, la terra riavrà il suo corpo ma in vita l’uomo sarà affidato a Cura, senza la quale non potrebbe vivere. Quanto al nome: uomo, essendo fatto di humus, di terra.

Parecchie sono le piste filosofiche che il racconto offre: innanzi tutto rifiuta decisamente il riduzionismo al materiale: l’uomo ha in sé elementi sia materiali che spirituali. In lui inoltre è inscritto un progetto, ovvero la possibilità, e qui ritorna la lezione di Heidegger, di passare dall’“essere” all’”esserci”. Ma non è un passaggio scontato, costa fatica, è un lavoro: il lavoro di Cura che non solo è faticoso ma anche indispensabile e che deve assolutamente essere costante, feriale.

Ma perché, si è chiesto e ha chiesto Luca Grion, l’uomo ha questa continua necessità di cura? Perché è un essere finito e sempre dipendente: nascita e morte, i momenti più determinanti della nostra vita, sfuggono al nostro controllo; da piccoli dipendiamo totalmente non solo dal seno ma anche dallo sguardo della madre e durante tutta la vita sperimentiamo la fragilità e vulnerabilità ovvero la possibilità da un lato (fragilità) di “andare in pezzi”(ma non per questo diveniamo meno preziosi, anzi) e dall’altro (vulnerabilità) la possibilità di essere feriti. Ma anche questo secondo non è affatto un tratto negativo: l’esporci allo “sguardo” degli altri ci consente di intrecciare legami. Un esempio per tutti: l’innamoramento.

Riassumendo: per la visione relazionale, l’uomo è strutturalmente legato agli altri e la sua felicità dipende dai legami, la dipendenza è costitutiva e la cura diventa la cifra della sua vita.

Cura che non è affatto un monolite, anzi. Innanzi tutto va declinata su due piani: cura di sé, del proprio essere, delle proprie fragilità e limiti, e cura degli altri. E poi si realizza in tre forme: quelle della merimna, epimeleia e therapeia. La prima, la merimna, si rivolge al presente. È il prendersi cura dell’essenziale, e qui entra in gioco tutto un discorso di educazione alla sobrietà. La seconda, l’epimeleia, apre gli orizzonti al futuro facendo sì che ciascuno possa arrivare a dare la miglior versione possibile di sé ovvero raggiungere il suo compimento (cosa diversa dalla perfezione), ed infine la terza, la therapeia, prende atto che le cose possono andare anche male e provvede.

Questa duplicità di piani relazionali dell’uomo (ovvero verso sé e verso gli altri) vissuta nelle diverse dimensioni del presente, del futuro e dell’esperienza del male indicano chiaramente che la responsabilità educativa è inscritta nell’umano. E di conseguenza che la privatizzazione dell’educazione fa a pugni con la sua realtà. La sfida educativa, all’opposto, sta proprio nella capacità di prendersi cura dell’altro in un’ottica di relazione strutturale, trasversale alla comunità tutta che si ritrova nel comune bisogno di cura. Si tratta di passare da una visione del mondo maschilista, razionale, astratta, sottoposta a regole ad una femminile, della dipendenza, più aderente alla realtà, non violenta in cui al rivendicare diritti tra presunti uguali si preferisce la richiesta del prendersi cura.

Quanto invece al secondo suggerimento, cioè quello di trovare un accordo su cosa è bene a partire dalle esperienze negative, Grion ha invitato ad osservare che se è vero che sulla definizione del bene ci dividiamo, al contrario tutti riconosciamo il male nelle stesse cose: tradimento, isolamento, offesa, violenza, menzogna… sono un male per tutti. Ma quest’esperienza trasversale del male ci dice che anche il bene può essere condivisibile. Facciamo allora tesoro delle esperienze negative, quella del Covid ad esempio, per ripartire. Perchè quello che fa comunità, insegna Maritain, non è tanto l’essere accomunati da un passato, quanto da un comune progetto per il futuro.

Ridiscutere il bene potrà costare fatica, ma facciamola questa fatica: ci consentirà di costruire un’educazione comunitaria. Perché… “Per educare un bambino ci vuole un villaggio”.