Il Centro Culturale Veritas invia i suoi migliori auguri per un sereno Natale ed un lieto nuovo anno 2022.

L’immagine

L’opera artistica è “Natività”, olio su tela del 1997 di Giovenale Tresca, medico con cuore d’artista: da oltre un trentennio “affianca all’ospedale i colori dei suoi mondi invisibili, le sagome delle sue angeliche figure che rivelano l’indicibile” come ha detto il sindaco di Benevento, città dove vive e lavora, in occasione di una delle esposizioni dei suoi dipinti.

Ginecologo presso il Fatebenefratelli di Benevento, Giovenale è anche un pittore conosciuto e apprezzato dalla critica e dal pubblico italiano e straniero. A chi gli chieda come sia il suo “stare a metà fra il medico e il pittore” risponde così: “medici ed artisti hanno un unico protettore, San Luca. Entrambi riabilitano e riscattano l’uomo, gli restituiscono la libertà di camminare con le proprie gambe, di riappropriarsi delle proprie idee”.

L’opera “Natività” è custodita presso il MACTE – Museo di arte contemporanea di Termoli.

L’inno

L’inno alla natività è tratto dalla Sticherà di Natale di Romano il Mélode, uno dei più grandi poeti della Chiesa greca. Nativo di Emesa in Siria, visse presso il santuario mariano di Ciro a Costantinopoli.

La città di Homs, in Siria, in questi tempi tragicamente famosa, insieme ad altre città del Medio Oriente, per i combattimenti che quotidianamente la devastano, un tempo si chiamava Emesa e, con questo nome, ha dato i natali a numerose personalità dell’antichità cristiana. Fra questi forse il più noto è Romano (490-560), il maggiore dei poeti sacri della Chiesa greca soprannominato il Mèlode per antonomasia.

Recatosi a Beirut per perfezionare gli studi e ordinato diacono, si trasferì a Costantinopoli, quando regnava l’imperatore Atanasio I (491-518).

Visse presso il santuario mariano detto «di Ciro», svolgendo per tutta la vita le mansioni di diacono. Presso questo santuario concluse la sua esistenza nel 560 e fu proclamato santo. La sua festa si celebra tuttora il primo di ottobre. 

Romano ha lasciato un’opera esclusivamente poetica. Egli portò ad un raro grado di perfezione un genere poetico di origine siriaca, chiamato in seguito kondakion: si tratta di una composizione più o meno lunga comprendente, oltre alla strofa introduttiva detta proemio, un certo numero di strofe aventi lo stesso ritornello e legate tra loro dall’acrostico nel quale includeva il proprio nome.

I kondakia di Romano sono vere omelie poetiche; egli vi commenta un brano biblico, un evento ecclesiale, una festa di Cristo o della Madonna, o una vita di un santo. La tradizione gli attribuisce più di un migliaio di inni, ma ce ne sono pervenuti meno di cento, di cui solo sessantatre sono autentici.

La tradizione attribuisce il carisma poetico di Romano ad un intervento miracoloso della Madonna che egli era solito venerare nel celebre santuario mariano di Blacherne. Nella sua opera egli celebra la sua Benefattrice in due diversi modi: invocando la sua intercessione in chiusura di molti suoi inni e consacrando a lei alcuni dei suoi migliori kondakia.

Il testo integrale della Sticherà

Il nostro Dio neonato
Potenze angeliche, procedete in testa; abitanti di Betlemme, preparate il presepe: il Verbo nasce, la Sapienza appare. Chiesa, abbraccialo per la gioia della Madre di Dio. Popoli, diciamo: «Benedetto sei tu, nostro Dio neonato, gloria a te!». Giuseppe, alla vista delle Potenze celesti che accorrevano per adorare l’Incarnato, fu colpito dal mistero del nato Sovrano, dei Magi che adoravano con doni il figlio della Vergine. Egli perciò diceva: «Benedetto sei tu, nostro Dio neonato, gloria a te!». Noi che possediamo nel Neonato la vittoria sui nemici, rovesciamo il regno di Belial: per la nascita di Cristo, il tiranno è stato incatenato. Adoriamo quindi il tuo frutto, Madre di Dio benedetta, acclamando con fede: «Benedetto il Neonato, Figlio della Vergine figlia di Dio». Sei apparsa Monte spirituale, o Vergine: da te infatti si è staccata la pietra angolare che il profeta vide annientare la statua: egli stesso ha spezzato il potere del tremendo corruttore degli uomini. Perciò diciamo: «Benedetto sei tu, nostro Dio neonato, gloria a te!». Quale intelligenza mortale spiegherà il tuo parto? Come ti chiameremo, o gloriosissima Maria? Da te si è incarnato il Fattore della creazione. «Salve a te», dirò all’Agnella, «Salve a te», griderò alla Vergine. Popoli, diciamo: «Benedetto sei tu, nostro Dio neonato, gloria a te!».

(Romano il Mèlode, Sticherà di Natale).