Il Centro Veritas, il Limes Club Trieste e la redazione di Limesonline organizzano per l’autunno-inverno 2020-2021 un corso di geopolitica tenuto da redattori della rivista Limes e da esperti di livello nazionale.

Questi gli incontri:



9 ottobre 2020: NORD AFRICA 
(Alessandro Balduzzi)
16 ottobre: IRAN (Tiziana Corda)
23 ottobre: RUSSIA (Pietro Figuera)
30 ottobre: CINA (Giorgio Cuscito)
6 novembre: SUD AMERICA 
(Niccolò Locatelli)
20 novembre: USA (Federico Petroni)
27 novembre: MEDITERRANEO 
(Lorenzo Noto)
4 dicembre: JIHADISMO (Silvia Carenzi)
15 gennaio 2021: SAHEL (Laura Berlingozzi)
22 gennaio 2021: BALCANI OCCIDENTALI (Simone Benazzo)

Al termine di ogni intervento un redattore della rivista sconfinare.net  presenterà un approfondimento sul rapporto fra Trieste e l’argomento presentato.

“Le Giornate del Mare” 
festival a cura di Limes

La prima edizione del festival di Limes a Trieste si intitola “L’Italia è il mare”. 
Attori e analisti, italiani e stranieri, si confronteranno su un’idea centrale: il rilancio geopolitico, culturale ed economico del nostro Paese dipende in misura decisiva dal mare.

Per arricchire il dibattito Limes pubblicherà un numero speciale dedicato al mare in occasione del festival.  L’obiettivo è rendere questo forum prestigioso un appuntamento annuale per la nostra città.

Gli incontri hanno luogo presso l’Ex Ospedale Militare (via Fabio Severo 40, Trieste) ed iniziano alle 18.30. Accesso libero fino ad esaurimento posti nel rispetto delle norme anti-Covid.

Il corso include “Le Giornate 
del mare” festival a cura di Limes 
(14-15 novembre 2020, 
Molo IV, Trieste).

In collaborazione con la rivista online sconfinare.net


Responsabile del corso: 

Simone Benazzo (simone.benazzo@gmail.com)

Di seguito la presentazione dei temi e dei relatori:

9 ottobre 2020

NORD AFRICA

Alessandro Balduzzi 

Il Nord Africa è uno spazio di congiunzione tra diverse aree geografiche, culturali e politiche. Geograficamente, costituisce l’accesso all’Africa subsahariana sia per l’Europa che per il Medio Oriente, estendendosi dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso e affacciandosi sul Mediterraneo. Culturalmente, racchiude in sé il retaggio arabo-musulmano, la cui ingombrante supremazia è sempre più contestata dal permanere dell’influsso coloniale, dall’emergere di identità alternative (il berberismo, le rivendicazioni laiciste) e dalla globalizzazione. Politicamente, infine, il Nord Africa rappresenta un’area rimasta a lungo nell’ombra, che dalle cosiddette primavere arabe del 2011 si è riguadagnata le luci della ribalta, ospitando una varietà di regimi che va dalla monarchia costituzionale marocchina all’autoritarismo egiziano, passando per il regime militare algerino, la democrazia zoppa tunisina e il mostro bifronte a due governi che è attualmente la Libia. 
Unita alla disomogeneità delle strutture economiche che includono esportatori di petrolio e importatori di turismo entrambi fortemente dipendenti dall’estero, la complessiva eterogeneità nordafricana contribuisce a rendere la regione tanto portata all’apertura verso l’esterno quanto all’incomunicabilità al proprio interno. Per la prima, esempi sono l’importanza dei flussi migratori verso l’Europa, la contesa per attrarre gli investimenti delle potenze impegnate nel cosiddetto scramble for (North) Africa o la competizione per una maggiore influenza nella realtà subsahariana. Per la seconda, un esempio paradigmatico è la desolante inerzia del solo organismo di integrazione regionale, l’Unione del Maghreb arabo.

Alessandro Balduzzi ha studiato presso la Sslmit di Trieste e l’Orientale di Napoli, oltre a periodi di studio in Austria, Marocco e Russia. Dal 2016 scrive per Limes, per cui è coautore della rubrica Lo strillone di Beirut. Ha lavorato come cooperante in Libano e attualmente si occupa di Medio Oriente per Agenzia Nova.

16 ottobre 2020

IRAN

Tiziana Corda 

La Repubblica Islamica dell’Iran non sparirà, né ora né nel prossimo futuro. Dal 1979, anno della sua istituzione, non sono mancati ripetuti annunci circa la sua fine imminente. Ogni volta, però, la Repubblica Islamica ha puntualmente dimostrato, malgrado forti limitazioni e debolezze, di essere in grado di garantire non solo la sopravvivenza del proprio regime ma anche la propria influenza regionale. Anzi, negli ultimi vent’anni, nonostante le stringenti sanzioni internazionali e le molteplici minacce regionali, l’Iran ha visto perfino aumentare la propria proiezione nella regione. Un risultato dovuto tanto al demerito altrui quanto al merito proprio nel trarre, con pazienza strategica e pragmatismo, il maggior vantaggio possibile dai vuoti di potere regionali e dalle stesse restrizioni imposte dall’isolamento internazionale. 
Oggi, in un momento in cui crescono le tensioni con gli Stati Uniti, le incertezze sul destino dell’accordo nucleare e i timori legati al programma missilistico, risulta ancor più necessario provare a comprendere come Teheran concepisce il proprio ruolo nella regione e nel mondo, attraverso l’analisi della sua politica estera in termini di obiettivi, attori, strumenti e aree geografiche prioritarie. Andando oltre semplificazioni e letture anacronistiche che raffigurano l’Iran di oggi come una potenza irrazionale guidata dal cieco fervore rivoluzionario.

Tiziana Corda è dottoranda in Studi Politici presso il Network for the advancement of social and political Studies (Nasp) dell’Università degli Studi di Milano. I suoi temi di ricerca riguardano principalmente l’analisi della politica estera e il meccanismo di funzionamento delle sanzioni, incluse quelle imposte all’Iran. Ha lavorato come ricercatrice presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

23 ottobre 2020

RUSSIA

Pietro Figuera

Stretta tra una perenne ristrettezza economica e una crescente inferiorità demografica, specie se rapportata al peso specifico dei suoi rivali, la Russia appare come un gigante dai piedi d’argilla, una potenza che si crede grande ma deve ancora fare i conti con se stessa. A chi la vede così però sfugge la percezione che Mosca ha di sé e della propria missione imperiale, senza la quale non potrebbe occupare il podio dei protagonisti del pianeta. Oltre all’estensione territoriale e a quella del proprio arsenale nucleare, la Russia infatti vanta una mentalità che le ha permesso di superare, quasi indenne, i durissimi scogli a cui la storia l’ha sottoposta. Specie nel XX secolo. Accade così che il costante accerchiamento dei russi, anziché ridurne le tendenze espansionistiche, finisca per accrescerne l’amor patrio e lo spirito di sacrificio. Rinsaldando uno Stato che appena venti anni fa rischiava di scomparire sotto i colpi del default e dei separatismi.
Oggi la Russia affronta sfide epocali, anche se non inedite nella loro consistenza. Paradossalmente, a rendere più incerto il futuro di Mosca non è la debolezza della sua economia, bensì la forza della sua geopolitica. Schierata sempre più in direzione Est, almeno dalla metà dell’ultimo decennio, e forse destinata all’ennesima giravolta qualora lo scontro tra Usa e Cina dovesse richiamarla alle proprie radici. 
Nonostante le sanzioni e il progressivo allontanamento dall’Europa, il cuore della Russia continua infatti a battere a Occidente, e non potrà mai essere del tutto sordo all’ipotesi di una riconciliazione storica.

Pietro Figuera è borsista di ricerca all’Istituto di Studi Politici S. Pio V. Esperto di politica estera russa, specie nel quadrante mediorientale, ha pubblicato “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità” (Aracne editrice). Coordina il sito Osservatorio Russia e collabora con Limes, il Groupe d’études géopolitiques, TPI, Pandora. Partecipa al programma Passato e Presente di Rai Storia.

30 ottobre 2020

CINA

Giorgio Cuscito

La Cina è impegnata in uno sforzo titanico: diventare una superpotenza malgrado le profonde fragilità domestiche e l’opposizione degli Stati Uniti. La pandemia di coronavirus ha infatti accentuato le faglie interne della Repubblica Popolare. A cominciare dal divario di benessere costa-entroterra, il difficile rapporto tra centro e periferia, il rallentamento della crescita economica, la frizione tra Pechino e Hong Kong e l’opposizione di Taiwan alla riunificazione con la Cina continentale. Intanto Washington cerca di ostacolare l’ascesa dell’Impero del Centro nel campo tecnologico, militare e commerciale. L’amministrazione Trump ha preso di mira i progetti di Huawei per lo sviluppo della rete 5G all’estero, senza per ora persuadere le potenze europee a bandire la tecnologia made in China. La combinazione di tali fattori si ripercuote sui progetti globali di Pechino.
La Belt and Road Initiative (Bri, nuove vie della seta) subisce la crescente opposizione di Usa, Giappone, India e potenze europee. Malgrado ciò, la Cina continua a investire nelle infrastrutture dei Paesi dell’Europa centro orientale e del Sud-Est Asiatico. 
Obiettivo: espandere la propria in Eurasia. 
Tali dinamiche riguardano da vicino l’Italia e Trieste, la quale ambisce a diventare uno snodo di riferimento lungo la rotta marittima della Bri. Il massiccio e sistematico invio di materiale sanitario cinese durante l’epidemia di coronavirus è il simbolo del crescente ascendente della Repubblica Popolare nella penisola. Tuttavia, la collaborazione economica sino-italiana stenta a decollare. Esattamente l’opposto di quel che richiedono i vincoli geopolitici nostrani. E in particolare l’appartenenza della penisola alla sfera d’influenza americana.

Giorgio Cuscito è membro del consiglio redazionale di Limes, analista e studioso della geopolitica cinese e dell’Estremo Oriente. Cura il Bollettino Imperiale, l’osservatorio di Limesonline dedicato alla Cina e alle nuove vie della seta.

6 novembre 2020

SUD AMERICA

Niccolò Locatelli 

Non si intravedono potenze regionali in grado di – o intenzionate a – proporre un’agenda in opposizione a quella di Washington. Le potenze extra-emisferiche alla radice delle preoccupazioni di John Quincy Adams (il segretario di Stato che nel 1823 elaborò la dottrina Monroe e nel 1825 diventò presidente), ossia quelle europee, hanno smesso di giocare un ruolo geopolitico nella regione e oggi sono soci commerciali secondari.
I due Stati che gli stessi Usa hanno identificato come «rivali strategici», ossia Russia e Cina, possono far leva rispettivamente sui legami risalenti alla guerra fredda e sull’ampia disponibilità di denaro, ma non hanno ancora creato con i Paesi dell’area vincoli forti come quelli creati da Washington nei loro giardini di casa, lo spazio ex sovietico e l’Asia orientale. Al momento, il confronto tra la superpotenza e i suoi sfidanti si gioca in un emisfero diverso da quello occidentale. 
Certo, c’è qualche nota dolente: il caso irrisolto di Cuba, il golpe interrotto in Venezuela, l’immigrazione dall’America centrale, il narcotraffico. Si tratta però di questioni ormai «interne» agli Stati Uniti, utili perché strumentalizzabili in funzione elettorale ma incapaci – al pari dell’ondata di malcontento che ha colpito numerosi governi sudamericani nel 2019 – di interferire con la traiettoria geopolitica dell’egemone.
Nel medio-lungo periodo, la Cina potrebbe alterare questo quadro idilliaco. Se e quando lo farà, il confronto tra Pechino e Washington raggiungerà una dimensione veramente globale.

Niccolò Locatelli è membro del consiglio redazionale di Limes e coordinatore di Limesonline, il sito della rivista. Scrive di America Latina, in particolare delle sue relazioni internazionali e del suo ruolo nello scontro tra Stati Uniti e Cina.

14 -15 novembre 2020

“Le Giornate del Mare”
festival 
a cura di Limes


Due giornate di festival dedicate alla geopolitica del mare e alla strategia marittima italiana. Con il direttore di Limes Lucio Caracciolo, esperti italiani e ospiti internazionali.

20 novembre 2020

USA

Federico Petroni 

Gli Stati Uniti vivono un momento schizofrenico. Sono tentati di ridurre gli impegni all’estero ma non vi si possono sottrarre perché perderebbero il loro primato. Tale schizofrenia non ha nulla di momentaneo. Non è destinata a essere cancellata quando Donald Trump se ne andrà. È invece una figlia assolutamente legittima dell’America. È il risultato della convergenza tra mentalità perfettamente americane, che hanno la loro storia e la loro dignità. Nasce dalla tensione fra la realtà di essere impero e il rifiuto di averne uno.
Così l’America sta al mondo secondo dinamiche imperiali, dalle Forze armate alla globalizzazione fino al dollaro, ma al contempo del mondo poco s’interessa, se non quando le presenta un conto troppo salato da sopportare. Questi nodi determinano la realtà che ci circonda. Plasmano la competizione tra grandi potenze (Cina e Russia, giocata anche e soprattutto in Europa). E sono stati drammaticamente portati alla luce dalla crisi del coronavirus. 
Nella rivalità con Pechino, a Washington s’impone di scegliere tra continuare l’attuale contenimento rischiando che sfoci in guerra o trovare un modo per coesistere. Decisione per la quale gli Stati Uniti potrebbero non essere attrezzati.

Federico Petroni è consigliere redazionale di Limes dal 2012, per la quale si occupa di Stati Uniti, Europa e Artico. Presidente di Geopolis, associazione culturale che dal 2013 promuove eventi e dibattiti sulla geopolitica in Emilia-Romagna. Dal 2017 è cultore di geopolitica presso l’Università Vita e Salute – San Raffaele a Milano. Coautore di La guerra dei droni, primo ebook in Italia sull’argomento.

27 novembre 2020

MEDITERRANEO

Lorenzo Noto 

Negli ultimi decenni il baricentro del trasporto navale si è spostato dall’Atlantico al Pacifico, connesso via Indiano al Mediterraneo. Ancora a metà anni Novanta le rotte transpacifiche valevano più della metà dei traffici globali, contro un terzo dell’asse Suez-Mediterraneo, ma nel 2015 con il raddoppio del Canale di Suez il vantaggio del Pacifico si è quasi annullato.
Controllare questo quadrante torna dunque fondamentale. Nella competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, il Mediterraneo è anello di una catena transoceanica che dallo Stretto di Malacca al Canale di Panama lo incastona in un trittico di mari semichiusi ad alto contenuto strategico: il Mar dei Caraibi, lago americano e cuore geopolitico del Nordamerica; e il Mar Cinese Meridionale, focolaio di massima conflittualità tra la Cina e la catena di alleati rivieraschi di Washington. 

Alla penetrazione delle nuove vie della seta cinesi in Europa (cuore dell’egemonia statunitense) attraverso le acque mediterranee, si aggiungono oggi la rinnovata proiezione marittima turca e russa che influenzano l’orogenesi geopolitica del bacino e minacciano di spezzare la superiorità regionale americana, scalfendone la disponibilità degli stretti che chiudono l’ex Mare nostrum.

Tutto ciò rende il Mediterraneo biforcazione di interessi di molteplici attori a partecipare al gioco marittimo per calibrare la propria postura strategica e poter contare lungo le vie che dal Mediterraneo portano verso oriente attraverso il Mar Rosso, il Mar Arabico e l’Oceano Indiano.

Lorenzo Noto è collaboratore di Limes e Limesonline, curatore della rubrica Limes Nerd – Anniversari geopolitici e studioso di geopolitica del Mediterraneo.

4 dicembre 2020
JIHADISMO 

Silvia Carenzi

Negli ultimi vent’anni, in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, il jihadismo è stato oggetto di notevole attenzione mediatica. Tuttavia, non sempre al pubblico sono state proposte chiavi di lettura in grado di catturare la complessità del fenomeno e il suo sviluppo storico-ideologico. 
Per comprendere il suo inquadramento nel panorama internazionale contemporaneo, nonché le sue più recenti incarnazioni, è di fatto necessario ricostruire la traiettoria che ha percorso negli scorsi decenni. 
Se le origini del fenomeno e le sue prime manifestazioni si fanno risalire agli anni Sessanta e Settanta, con l’emergere di ideologi come Sayyid Qutb nel contesto egiziano, è evidente che la guerra in Afghanistan (1979-89) ha avuto conseguenze di enorme portata per la sua evoluzione.
Infatti, proprio qui – tra i foreign fighter giunti in Afghanistan in quegli anni – è germinato l’embrione di al-Qa‘ida, organizzazione che si è contraddistinta per l’adozione di una strategia orientata globalmente, e che tuttavia ha subito degli adattamenti strategici dopo il 2001. Più recentemente, con l’ascesa del sedicente Stato Islamico e la sua rivalità con al-Qa‘ida, la galassia jihadista ha sperimentato un’ulteriore metamorfosi. Tale evoluzione rende necessaria una riflessione sui punti di continuità e di rottura della nebulosa jihadista contemporanea, al fine di delinearne le potenziali linee evolutive future.

Silvia Carenzi è dottoranda in Transnational Governance presso la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna. Si occupa di gruppi islamisti militanti. È membro del network di ricerca Cosmos – The Centre on Social Movement Studies presso la Scuola Normale Superiore e della rete #100esperte (www.100esperte.it). Ha lavorato come ricercatrice all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

15 gennaio 2021

SAHEL

Laura Berlingozzi 


Il Sahel è un’area geografica situata nell’Africa sub-sahariana, che comprende la Mauritania, il Mali, il Niger, il Burkina Faso e il Chad, in cui convergono gli interessi internazionali di Francia, Stati Uniti, Unione Europea e più recentemente di Cina e Russia. Area ricca di risorse minerarie, attraversata dal lungo fiume Niger, e non landa desertica come viene raffigurato nell’immaginario comune, del Sahel si parla come di una polveriera, una regione in preda all’instabilità. I traffici internazionali di droga ed armi da parte di gruppi criminali, il transito di migranti verso il Mediterraneo e il fenomeno terroristico in espansione sono motivi di preoccupazione per l’Unione Europea. Il moltiplicarsi di gruppi armati, jihadisti e non, si inseriscono in un contesto di tensioni interetniche, legate anche all’accesso alle risorse naturali, andate via via assottigliandosi a causa del cambiamento climatico e del processo di desertificazione.
L’Operazione Serval, l’intervento militare francese iniziato per sedare una ribellione Tuareg sviluppatasi nel nord del Mali nel 2012, ha lasciato il campo all’operazione
di contro-terrorismo Barkhane, a cui si sono aggiunte varie altre forme di interventismo internazionale, da parte delle Nazioni Unite con la missione MINUSMA e dell’Unione Europea con EUCAP Sahel Mali e Niger ed EUTM Mali. Gli interventi mirano a stabilizzare la regione, vittima dell’espansionismo dei gruppi affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico che negli ultimi anni hanno intensificato significativamente le loro attività di controllo del territorio. La loro espansione rischia di destabilizzare la regione per molti anni a venire, rendendo difficile la concettualizzazione di un disengagement a stretto giro delle potenze straniere.

Laura Berlingozzi è dottoranda in Relazioni Internazionali presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Studia le dinamiche dei gruppi jihadisti nel Sahel (Mali e Niger) e le politiche di controterrorismo di Ue e Onu, con particolare attenzione a diritti delle donne e ruoli di genere. Ha lavorato presso varie organizzazioni a Bruxelles e ha studiato Politica Internazionale e Diplomazia alle università di Bologna e Padova.

22 gennaio 2021

BALCANI OCCIDENTALI

Simone Benazzo

Tutti i sei Stati (sette contando il Kosovo, riconosciuto solo da poco più di un centinaio di Paesi) nati dalla disgregazione della Jugoslavia hanno complessivamente una popolazione inferiore a quella del Benelux e producono un pil comparabile a quello del Veneto. Dimensioni non eccezionali.
Eppure, dopo alcuni anni di oblio, i Balcani sembrano tornati alla ribalta. In misura diversa, tutti gli attori internazionali sono oggi presenti nella regione ex-jugoslava: Usa, Cina, Ue, Russia e Turchia. A questi si aggiunge anche una presenza ormai consolidata di Stati musulmani, come i Paesi del Golfo e, lateralmente, Iran. La centralità di questo quadrante non deriva dalla demografia o dall’economia, ma dalla sua connotazione come ventre molle del continente europeo, una fragilità che rende la regione balcanica un termometro ad alta precisione per misurare le tensioni globali: gli attriti tra Washington e Mosca, la competizione Usa-Cina, le mire egemoniche di Ankara. 
Fino a pochi anni fa erano molto flebili le voci che contestavano l’avanzata dell’Occidente, incarnato nella coppia Nato-Ue, nell’Europa sudorientale. Oggi il clima è mutato. Una situazione sempre più fluida che merita di essere osservata con attenzione costante, specie per le possibili ricadute sul nostro Paese, geograficamente ed economicamente prossimo all’area balcanica. Nel vuoto pneumatico in cui sembra essere imprigionata l’Italia, incapace di confezionare (e perseguire) una strategia coerente verso questa regione così centrale per il Belpaese, si avverte la necessità di stimoli efficaci. In questo ambito Trieste, da sempre porta per/dei Balcani può ritagliarsi un nuovo protagonismo, contribuendo a rilanciare l’attenzione di Roma verso il mondo balcanico e, ancora oltre, gettando il cuore oltrecortina.

Simone Benazzo è diplomato al Collegio d’Europa di Varsavia. Scrive di Balcani occidentali ed Europa centrale per riviste come Limes, Eastwest, Aspenia. Coautore de Il futuro dopo Lenin. Viaggio in Transnistria [Dots edizioni] e di reportage usciti su Balkan Insight, Euronews, Le Courrier des Balkans.