News; 26-27 marzo 2010 Ritiro pasquale

Pubblicato/Aggiornato: giovedì 11 marzo, 2010

Venerdì 26 marzo (ore 18-20) e sabato 27 marzo (ore 16-19) presso il Centro Veritas, ritiro pasquale su: "TESTIMONI DI FEDE ADULTA
NEL POSTMODERNO" con don Dino Pezzetta

Nei pomeriggi del 26-27 marzo, al Centro Veritas di Trieste, si affronterà una tematica sentita – e sofferta – da molti cristiani dei nostri giorni. Come vivere oggi il Vangelo da persone adulte, che non si limitano a registrare crisi di fede e disagi di civiltà ma vogliono vivere da protagonisti il trapasso della nuova età, condividendo insieme all’intera umanità “un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti” e scrutando “i segni dei tempi e interpretandoli alla luce del Vangelo”, “per rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura” (GS 4).
Ma che cosa s’intende per “postmoderno”? Se comunemente “moderno” è preso a significare il tempo attuale, il presente, i nostri tempi, postmoderno è ciò che viene dopo. Ma allora il moderno non è più tale, è ormai vecchio, superato. Siamo entrati in una nuova età del mondo, appunto nella post-modernità.
Per non cadere nelle ovvietà (ciò che una volta valeva oggi non vale più) e nei lamenti per un paradiso ormai perduto (se poi era un paradiso), si tratterà di capire: perché, dopo mezzo millennio di modernità, siamo entrati in una nuova fase di civiltà, quali sono i processi che hanno determinato la crisi dell’età moderna e quali gli esiti che stiamo registrando. E, soprattutto, che cosa significa vivere in mezzo al guado, tra le due sponde di un fiume in piena, tra correnti impetuose e approdi difficili, con un mondo vecchio ora alle spalle e il nuovo soltanto intravisto, scrutato, all’orizzonte.
In questo guado, volenti o nolenti, ci ritroviamo tutti: del Primo e del Secondo, ma anche del Terzo e Quarto Mondo (la globalizzazione plenetaria), uomini di ogni condizione sociale, culturale, religiosa.
“Dio è morto”, profetizzava già Nietzsche. E con lui e dopo di lui si cercheranno anche i suoi assassini: l’affrancamento dalla sudditanza religiosa, dall’ignoranza delle leggi che regolano i processi naturali, sociali, dell’anima e della psiche. E la detronizzazione degli dèi in cielo ed esaltazione gioiosa della libertà radicale dell’uomo sulla terra.
In questo guado – come i loro antichi padri del deserto – si muovano anche i cristiani, uomini del nostro tempo, che vivono la crisi del trapasso a fianco dell’umanità pellegrina, anch’essi in un mare in tempesta. Ma su una barca che fluctuat et non mergitur, alla ricerca dei segni dei tempi nuovi e con l’occhio puntato sulla stella polare, Cristo.
E questi crocifisso. Sconfitto dai potenti ed innalzato da Dio.
Da cristiani abbiamo sempre professato la nostra fede in Cristo, ovviamente. Anzi, con Benedetto Croce, anche oggi sono in tanti a ricordarci – soprattutto in tempi elettorali – che “noi italiani non possiamo non dirci cristiani”, per sollecitarci magari scelte diametralmente opposte a quelle del Vangelo.
Ma che cosa significa credere e testimoniare questa fede in Cristo sconfitto ed esaltato? Qual è il potenziale di fede del Verbum Caro Factum, uno delle due (con la unità-trinità divina) verità centrali della fede cristiana? Per non scivolare nelle vecchie – e continuamente riverniciate – eresie del docetismo, arianesimo dobbiamo davvero riconoscere che noi non conosciamo nessun dio al di fuori del Padre che ha mostrato il suo volto nel Crocifisso: torturato fino alla morte dagli uomini e abbandonato, nell’ora dell’ultima prova, anche dal suo Dio? E questa situazione di Gesù di Nazareth è – deve diventare – anche la nostra condizione di noi uomini, suoi testimoni nel mondo della sua sequela?
Accoglieremo dunque l’invito palino della lettera ai Filippesi ad assumere “gli stessi sentimenti che furono di Gesù Cristo, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”.
Dio diventa uomo. Non assume semplicemente la nostra natura, ma diventa uno di noi. E come tale diventa trasparenza del Padre. Disvela quel vero volto che nessuno poteva vedere (facendo scendere il Dio dai suoi cieli) e pure il vero volto dell’uomo (pellegrino sulla terra).
Gesù non è morto per morte naturale. La sua non è stata nemmeno una bella morte. E’ stato condannato da due sentenze pubbliche, da due tribunali, religioso e politico. E crocifisso insieme a due ribelli.
Essere cristiani oggi è prendere coscienza di queste memorie inquietanti e pericolose: per ogni potere stabilizzato, ogni passato cristallizzato, ogni presente bloccato.
C’interrogheremo, alla luce della povertà radicale del Cristo crocifisso e dei tanti crocifissi nella lunga storia della testimonianza cristiana, sul nostro modo di essere “cristiani”: di memoria lunga e di futuro aperto, poveri e quindi liberi, sale e luce in una società che perde sapore e punti di riferimento, in una chiesa non service ma comunità di liberi. Appunto: testimoni nell’oggi del dopo la modernità.

don Dino Pezzetta


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