News; Mercoledì 5 maggio: "La vita accolta" con Mario MelazziniPubblicato/Aggiornato: mercoledì 14 aprile, 2010
Mercoledì 5 maggio alle ore 18.30, conferenza su: "La vita accolta" con Mario Melazzini, Presidente nazionale dell’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica).
“La domanda di senso di un’esistenza è strettamente correlata alla possibilità di esprimersi e, soprattutto, al fatto che ci sia o meno qualcuno pronto a raccogliere i messaggi inviati. Non bisogna lasciare che siano la trascuratezza, l’abbandono e la solitudine a far considerare una vita indegna di essere vissuta. Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di uomini.” Queste parole del dott. Mario Melazzini esprimono molto bene perché il Centro Veritas di Trieste lo ha invitato mercoledì 10 marzo prossimo a dare la sua testimonianza sul tema “La vita accolta” nell'ambito del ciclo di conferenze e testimonianze sul “La vita e le vite”. Mario Melazzini, direttore dell’unità operativa day hospital oncologico della fondazione Maugeri di Pavia e presidente nazionale di Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) soffre a sua volta di questa grave malattia. Come “medico” si sente impegnato a contribuire a diffondere una cultura della cura che rispetti “il valore unico ed irripetibile di ogni essere umano, anche di chi è talora considerato inutile poiché, superficialmente, giudicato incapace di dare un contributo diretto alla vita sociale”. “Nonostante siano passati più di cinquecento anni, a mio avviso sono ancora attuali i requisiti identificati da Erasmo da Rotterdam per identificare un buon medico: abile nell’arte del curare e familiare con le risorse del corpo; che sia sincero e non abbia negli occhi altro che la salute del paziente; che sia scrupoloso e ne prenda la responsabilità” dice. Bisogna promuovere, cioè, una cultura della vita e della cura dove la “presa in carico” della sofferenza, delle paure, delle angosce e dei desideri profondi della persona conduca tutti coloro che gli stanno intorno, dal personale sanitario ai familiari, ad aiutarlo non solo ad alleviare le sofferenze più gravi, ma anche a vivere la malattia come un'opportunità per continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità e di percorsi prima inesplorati. “A volte siamo così concentrati su noi stessi che non ci accorgiamo della bellezza delle persone e della cose che abbiamo intorno da anni, (...). Così, quando è la malattia a fermarti bruscamente, può accadere che la propria scala di valori cambi. E che ci si renda conto che quelli che noi, fino a quel momento, consideravamo i più importanti invece non erano proprio così meritevoli della nostra attenzione. Il dolore e la sofferenza (fisica, psicologica) in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili, ma non per questo sono senza significato: ed è qui che l’impegno della medicina e della scienza deve concretamente intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità, e per migliorare la loro qualità di vita evitando ogni forma di accanimento terapeutico.” Appuntamento perciò al Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a- Trieste, mercoledì 5 maggio alle 18.30 per ascoltare la sua testimonianza su come accogliere la “vita” in ogni frangente, anche in quelli più dolorosi. |
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