News; 11 marzo 2010. Lectio divina: "Sifra e Pua"

Pubblicato/Aggiornato: mercoledì 24 marzo, 2010

Lectio divina su: "Sifra e Pua" (Esodo 1), giovedì 11 marzo 2010 dalle 18.30 alle 19.30. Conduce l'incontro Augusta De Piero.

Per noi è facile –si fa per dire- leggere il libro dell’Esodo come il racconto di una lontana liberazione che in qualche modo confusamente ci riguarda.
Facile per chi sa come va a finire la storia, ma non per chi quella storia vive ed è immerso nel suo presente difficile, doloroso, inaccettabile dove il desiderio di liberarsi diventa la spina della vita di tutti i giorni, quando gli ostacoli sembrano insormontabili.
Un popolo ... non va bene cominciare così.
Gli ebrei in Egitto non erano un popolo ma tribù formata da persone trasformatesi, oggi potremmo dire, da nomadi in lavoratori stanziali, tribù che leggeva la sua unità e la sua differenza in segni sottili, non sempre facili da decifrare come quello imposto nella carne dei maschi che richiamava la difficile, lunga vita del patriarca Abramo.

La nostra storia inizia quando in Egitto era salito al trono un nuovo re che aveva imposto ai lavoratori ebrei lavori forzati, controllati dall’angheria di sovrintendenti senza pietà.
Quel re “... non aveva conosciuto Giuseppe”, si diceva nelle veglie delle calde serate egiziane.
E più tardi, molto più tardi in una terra difficile, in cui si era detto scorressero latte e miele, lo avrebbero ripetuto i discendenti di quegli oppressi, ormai liberi in una terra che chiamavano promessa, ma non liberi da se stessi.
Non sapevano governarsi, volevano un re che li dominasse, che li rendesse simili agli altri popoli e lo volevano con tanta insistenza da indurre il vecchio profeta Samuele a rivolgersi a Dio.
Samuele ricordava le parole del sesto giorno quando Dio aveva detto: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra" (Gen. 1, 26).
Come riconoscere in quell’insieme di irresponsabili i dominatori della terra creati da Dio a sua immagine?
Dio aveva tranquillizzato il vecchio profeta con parole non di speranza ma di rassegnata sapienza: "Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro. Come hanno fatto dal giorno in cui li ho fatti salire dall'Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così stanno facendo anche a te. Ascolta pure la loro richiesta, però ammoniscili chiaramente e annuncia loro il diritto del re che regnerà su di loro" (1 Sam 8, 7-9).
E per rassicurarsi quei poveracci, sospesi fra la precaria condizione di migranti del deserto e la difficile realizzazione di un popolo responsabile, raccontavano antiche storie, chissà perché consolatorie, di un Dio terribile che aveva suscitato pestilenze e carestie, che aveva insanguinato l’acqua lontana del Nilo, imputridite le sponde e distrutte le risorse, fino ad uccidere i primogeniti degli antichi padroni.
A quel punto chi ascoltava il racconto, tante volte sentito e sempre nuovo, esultava.
Se Dio l’aveva fatto poteva tornare a operare, Lui, il miracolo della libertà per il suo popolo.
Ma era stata questa e solo questa storia di atrocità il percorso di una libertà conquistata? il miracolo che si sarebbe dovuto ripetere?

C’era un’altra storia.
“Il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: "Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere". Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i bambini. Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: "Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?". Le levatrici risposero al faraone: "Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità. Prima che giunga da loro la levatrice, hanno già partorito!" (Es1, 8-19).
Il racconto non dice se quelle levatrici erano ebree o meno: le ricorda come ‘levatrici degli ebrei’’, donne tanto esperte nell’esercizio della loro professione da destreggiarsi anche nella burocrazia a questa connessa.
Conoscevano bene gli strumenti del loro lavoro, dal coltello di selce affilata per tagliare il cordone ombelicale, allo sgabello su cui sedevano le partorienti quando l’intensità del dolore rivelava la nascita imminente.
E quando il neonato fosse scivolato lungo l’incavo scavato per lui nella pietra del sedile, la levatrice si sarebbe affrettata a raccoglierlo, a tagliare il cordone ombelicale e le donne attorno avrebbero espresso sollievo e felicità. Si sarebbero affrettate a lavare e nutrire la nuova mamma.
Già perché c’erano tante donne durante i parti, nessuna di loro in quel momento doveva essere sola.
Sifra e Pua lo sapevano bene e nonostante i lunghi anni di lavoro ogni nascita era una festa: non sarebbe stato quel faraone che non aveva conosciuto Giuseppe a trasformarla in un lutto.
Povero, sciocco ometto ...
Le due donne sussultarono: sapevano che lo scriba che aveva riempito di segni eleganti il papiro aveva scritto le parole esatte del faraone: “osservate il neonato fra le due pietre”, quindi una volta raccolto nelle mani delle donne il piccolo sarebbe stato fuori del luogo dove ne era stata decretata la morte.
Bastava obbedire al faraone per salvarlo. Obbedire alla lettera.
Non c’era bisogno di tragedie collettive per assicurare la vita di quei neonati ... ma questa non era una storia da raccontare.

Come potevano la mano potente e il braccio teso (Dt 7,19) del Signore manifestarsi attraverso l’ironia efficace di due donne? Come esultare davanti a una scena priva di quella violenza che viene chiamata forza?
E poi non era una storia esaltante, non sarebbe piaciuta a nessuno.
E così la storia di Sifra e Pua è rimasta lì, oscurata da acqua diventata sangue, da tafani insopportabili e cavallette portatrici di carestie.
Una storia che nessun cinematografico effetto speciale avrebbe potuto mai riscattare, costruita su poche parole che chiedono ancora di produrre fatti.
Eppure anche la parola può far sì che un essere umano, uomo o donna, possa “dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra".
Ma ci vuole qualcuno che sappia capire e voglia pronunciare quella parola, qualcuno che si metta alla scuola banale di Sifra e Pua, non solo per farne due icone, di quelle che si celebrano perché non disturbino.

Augusta De Piero


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