News; 18 marzo 2010. Lectio divina: "La chiamata di Geremia"

Pubblicato/Aggiornato: mercoledì 24 marzo, 2010

Lectio divina su: "La chiamata di Geremia", giovedì 18 marzo 2010 dalle 18.30 alle 19.30. Conduce l'incontro Daria Maureni.

Lectio divina
LA CHIAMATA DI GEREMIA (1,4 -19)
Daria Maureni

Premessa
Il libro di G. inizia con una sorta di titolo (vv 1-3) che contiene una presentazione molto essenziale del profeta e del contesto storico in cui egli è chiamato ad operare.
Lettura di 1, 1-3
“Debarim” significa certamente “parole”, ma anche qualcosa di più: “fatti e gesta”, “atti”, “storia”. (Come per Osea, a cui G. si è ispirato) La Parola che Dio rivolgerà a G. diventerà una sorta di parola incarnata, perché parlerà per mezzo della vita stessa del profeta. Ma chi è G.? Seguono al nome altre 4 informazioni: il nome di suo padre, Chelkia, l’appartenenza alla classe sacerdotale (ereditaria al tempo), il suo paese di origine, Anatot (a km 6 da Gerusalemme e a km 5 dal confine con la Samaria), l’appartenenza alla tribù di Beniamino (per storia e tradizione apparentata con le tribù del Nord). Dunque una persona qualsiasi che vive in un territorio piuttosto marginale, ma in un tempo storico particolarissimo, un tempo di grande sconvolgimento che coinvolge tutte le grandi potenze dell'epoca (Assiria, Babilonia, Egitto) e che si tradurrà per il Regno di Giuda in una terribile catastrofe: la distruzione di Gerusalemme e del tempio, la deportazione in Babilonia e l'esilio (grande cesura nella storia del popolo).
In “questo tempo”, tra il 627-626 a.C, in questo contesto storico fa irruzione nella vita di G. la chiamata del Signore con cui tutto ha inizio: prima di qualunque altra parola, prima di qualunque appello rivolto agli altri c’è per G. l’appello che Dio rivolge innanzitutto a lui e che cambierà radicalmente la sua vita. C'è a questo proposito un passo di Neher che mi sembra molto significativo: “La sofferenza del profeta comincia con una alterazione. Un uomo diventa un altro. È strappato alla sua famiglia, al suo ambiente, alle sue condizioni di vita, alla sua mentalità, al suo temperamento e proiettato altrove. È sottratto a se stesso e trasformato, tanto da non riconoscersi più. Diventa contraddizione a se stesso: dice quello che non ha mai pensato, annuncia quel che ha sempre temuto: La sua esistenza diventa il paradosso del suo essere.” (A. Neher in “L'essenza del profetismo).
La chiamata, dunque, come iniziativa gratuita di Dio, proposta personale molto esigente e radicale perché implica una rottura, una discontinuità col passato e un conseguente processo, percorso, spesso doloroso, di purificazione e di conversione della persona che si trasforma in “persona autentica”; questa trasformazione avviene per G. attraverso un dialogo vitale, temerario e devoto con Dio che si protrarrà idealmente per “quaranta anni”, (dal 627 a.C. al 587 a.C.) cifra simbolica, prima indicazione che avvicina in qualche modo G. a Mosè: Mosè, il primo dei profeti, che guida il popolo attraverso le tribolazioni del deserto verso la Terra Promessa; G., l’ “ultimo” dei profeti del periodo preesilico, che accompagna il popolo verso la catastrofe, tentando inutilmente di evitarla, fino alla distruzione e alla deportazione.
Passiamo dunque ad analizzare il racconto della chiamata che, come avremo modo di vedere, contiene, implicitamente, già tutto quanto avverrà dopo e costituisce una sorta di trama di tutta l’esperienza umana e spirituale del profeta.
Suddivideremo il testo in tre parti:
1^ vv. 4-10: La chiamata (il profeta viene interpellato da Dio allo scopo di affidargli un compito / una missione;
2^ vv. 11-16: La visione (mediante due visioni, il profeta è invitato a diventare un attento interprete della realtà);
3^ vv. 17-19: Il profeta, come “resistente” (segue l'annuncio che lo esporrà pubblicamente.)


1^ LA CHIAMATA: 1, 4-10
v 4. “Mi fu rivolta la parola del Signore”
Un elemento fondamentale dell’esperienza profetica di G. è l’importanza accordata alla Parola come strumento assolutamente privilegiato della comunicazione fra Dio e l’uomo (vv. 2a, 4). G. è il profeta della Parola sola e nuda e non della visione di Dio e della sua gloria, come per Isaia ed Ezechiele [quella “del Signore che regna nel Tempio circondato dai serafini” Is,6; o quella della gloria del Signore “come figura in sembianze umane” Ez. 1]. Per Geremia fin dal principio c’è solo la Parola: una Parola rivolta a lui personalmente, ma che gli farà sperimentare come essa nasconda altrettanto quanto riveli e come questa specie di personificazione della Parola, rappresentante di Dio per lui, in realtà gli renda Dio non più facile, ma al contrario più difficile.
I vv successivi seguono lo schema del formulario di vocazione: incarico – obiezione – garanzia – segno.
v 5. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” [incarico]
L'azione del “formare”, (“modellare” come un vasaio o la “formazione divina”dell'uomo originario dalla polvere della terra) è preceduta dal verbo “conoscere”(jada’) che significa anche “scegliere”, “amare” allo scopo di inviare, di affidare un compito; cioè un iniziale contatto del creatore con l'individuo creato come tale, ed è seguita, ancora nel grembo materno, dal verbo “consacrare” (qadash) che significa “mettere da parte” (nel senso sia di prendere le distanze dal mondo, essere separato per Dio sia di mettere una delimitazione: essere scelti implica necessariamente anche fare delle scelte, quindi rinunciare a qualcosa). Dunque c’è un pensiero di Dio a mio riguardo prima che io sia quello che sono e che non si riduce né a quello che sono né a quello che faccio. La missione del profeta non si aggiunge o sovrappone alla sua vita: è inseparabilmente unita alla sua esistenza.
Già prima di essere nato G. viene destinato ad essere profeta (cfr. Sal. 136,15-16 [1]), profeta delle nazioni: la sua missione consiste nel rivelare la volontà di Dio per questa ora della storia dei popoli che è un'ora particolare di sconvolgimento delle grandi potenze dell'Antico Oriente (cfr. oracoli rivolti alle nazioni straniere cc. 46-51).
v 6. “Risposi: Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane” [obiezione]
La parola del Signore stabilisce un dialogo con l’uomo; infatti, all’annuncio segue la risposta/obiezione di G. che è un ritrarsi terrorizzato. La risposta esprime una “resistenza” di fronte alle esigenze della chiamata (cfr. Mosè Es. 4,10 [2]). G. si schermisce, si ritrae perché è “giovane” (“na’ar”, non significa adolescente, bensì indica un uomo di meno di 30 anni), perché non possiede l’esperienza e quindi l’autorevolezza per poter essere ascoltato nell’assemblea del popolo. G. è spaventato dall’immensità dell’impresa e dalla convinzione di non essere capace di adempiere ad un simile compito. C'è un'evidente sproporzione fra quel Dio che chiede e i mezzi derisori di cui si dota (una fragile creatura umana); fra la Parola di Dio e la parola umana.
Si manifesta qui quella stranezza di Dio che caratterizza tutta la storia della salvezza: egli sceglie sempre ciò che umanamente è più debole, inadeguato, perché appaia chiaro che è la sua Grazia ad agire e non un potere umano. La chiamata, dunque, è un evento che coglie l’uomo di sorpresa, impreparato, anche da ciò deriva la resistenza che il chiamato oppone. Ma è proprio questo, in definitiva, anche il segno dell’autenticità della vocazione: non una scelta o una decisione umana, ma di Dio.
v 7.”Ma il Signore mi disse: Non dire: Sono giovane, ma va' da coloro a cui ti manderò e annuncia tutto ciò che io ti ordinerò”
Dio passa sovranamente sui dubbi di G., la sua risposta è un ordine che contiene due verbi-chiave di vocazione: “mandare” e “andare”. Il v.7b allude alla descrizione del profeta futuro (pari a Mosè), preannunciato in Dt18,18 “egli dirà tutto quello che io comanderò”, l’accento è posto sulla totalità del messaggio da portare, nonostante le esitazioni del messaggero.
Nel v 8. “Non temerli,perché io sono con te per proteggerti. Oracolo del Signore.” [garanzia] la risposta divina prosegue con la promessa di assistenza (cfr. Es 3,12; Gdc6,16...[3]) e attesta che il primo destinatario del messaggio è il profeta stesso, il primo ad essere liberato dalla paura (di parlare a nome di Dio).
v 9. “Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca” [segno]
Dopo il dialogo segue una specie di atto simbolico, per mezzo del quale il gesto di Dio che tocca la bocca del profeta viene da lui sentito corporalmente. La Parola deve anche farsi carne per una carne, nutrimento. Per sopportare la sua vocazione, il profeta deve “nutrirsi” della Parola, non solo leggerla o commentarla. È una sorta di metafora: la trasposizione della Parola di Dio in una parola umana. In effetti per G. la Parola è qualcosa di oggettivo che il profeta si sforza di contenere senza mai riuscirvi, come leggiamo in Ger 20,9 e 23,29. [4]
[“metterò le mie parole sulla sua bocca”, questo nuovo riferimento a Dt 18,18 fa di G. il futuro profeta promesso da Mosè, le cui parole godono di autorità divina.]
v 10. “Ecco, (“Vedi!”, “ra’ah” imperativo) oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire (rovesciare), (per distruggere e abbattere), per edificare e piantare”
Il profeta riceve l’autorità in base alla quale potrà mettere in discussione tutti i poteri. Egli viene preposto come “sorvegliante” sulle nazioni e sui grandi di questo mondo e il suo compito fondamentale viene formulato con sei infiniti, riducibili in realtà a quattro che si corrispondono a due a due: sradicare-piantare (immagini relative alla terra, al paese); distruggere (rovesciare) - edificare (immagini relative agli edifici, a ciò che l’uomo costruisce con la sua industriosità e la sua politica). Di volta in volta G. sarà un profeta di sventura o un profeta di consolazione. Purtroppo dovrà essere soprattutto profeta di sventura al punto da essere ridicolizzato da tutti con il soprannome di “terrore all’intorno” (20,10). Ma anche quando sarà incaricato di annunciare la sventura (senza via d’uscita) non verrà mai meno in lui la fede nella potenza di Dio che, se oggi distrugge e sradica, in futuro pianterà di nuovo.

2^ LA VISIONE: IL PROFETA, INTERPRETE DELLA REALTÀ: 1, 11-16;
Dopo il v 10 il filo logico condurrebbe direttamente al v.19. Fra questi il redattore ha intercalato due visioni: quella del ramo di mandorlo e quella della caldaia bollente, come per ricordare che il profeta dopo essere stato interpellato da Dio, deve rivolgersi verso la realtà per interpretarla.
vv 11-12. [Lettura dal testo]
Ora la parola si rivolge all’“attenzione” del profeta. Egli “ode” per vedere, per guardarsi intorno e poter così decifrare il mondo, poiché questo è l'oggetto della sollecitudine di Dio. il profeta, che è soltanto un suo strumento, deve decentrarsi, guardare fuori da se stesso non per essere confermato in ciò che già sa, ma per essere sorpreso, meravigliato come all’alba della creazione. Dunque nessuna visione di Dio in quanto Dio, ma del mondo di Dio, in quanto creazione buona,
Il mondo che G. è chiamato a decifrare è il mondo nella sua quotidianità più banale ed immediata: il ramo di mandorlo i cui fiori sbocciano prima che appaiano le foglie, annunciando così la primavera indipendentemente dagli uomini. Siamo così condotti all’interpretazione: il gioco di parole fra “shaqed” (mandorlo, mandorla) e “shoqed” (vigilante, vegliante) ci mostra che lo scopo della visione è insegnare a capire, mettendo in relazione un dettaglio del creato con l’opera del Dio vivente che vigila: come il mandorlo si affretta a fiorire, così il Signore si affretta a compiere la sua Parola. In tal modo il Signore risponde anche all’angoscia del profeta di fronte al suo compito (come parlare di Dio quando si è un uomo così fragile?): come non dipende da te, uomo pieno di dubbi, disperato, sopraffatto che il fiore del mandorlo sbocci per primo in primavera, così non dipende da te che la Parola si realizzi nella storia, poiché Dio dice: “Io stesso veglio sulla mia parola per realizzarla”. Il profeta annuncia la Parola, nulla di più nulla di meno, Dio la realizza dove e quando vuole.

vv 13-16. [Lettura dal testo]
Dopo la creazione, l'irruzione della storia [o meglio storia e creazione insieme, dal momento che la storia plasma e trasfigura la creazione]. Il problema di G. si precisa: Dio veglia, ma la guerra viene; Dio veglia, ma lascia fare. Come tenere uniti insieme il Dio consolatore e il ribollimento della storia, il creatore del mandorlo vicino e il Dio dei lontani che giunge a definire un re straniero “il mio servo” (27,6 Nabucodonosor re di Babilonia, mio servo)? in effetti il Dio del profetismo è un Padre che non recede davanti al male e che rimane fedele, anche se per contrasto, alla realtà sofferta dagli uomini nel sangue e nelle lacrime.
Il dolce interprete del mandorlo sarà gettato nella mischia dei popoli (“profeta delle nazioni”; sentinella agli avamposti); ma chi vuole tenere insieme creazione e storia va inevitabilmente incontro alla sofferenza. Infatti colui che ha il compito di annunziare la sciagura è il primo ad esserne colpito, il giudizio lo raggiunge prima di tutti gli altri. G. non è un “profeta di sventura”, perché egli stesso soffre del giudizio di cui è portatore suo malgrado e, in questo modo, è solidale con il suo popolo di cui condivide fino alla fine l’odissea drammatica.
Di fronte alla sofferenza del suo popolo G. è profondamente lacerato, proprio perché il Dio dei lontani è ai suoi occhi lo stesso Dio della creazione. Il profeta autentico non parla sulla base di un risentimento contro la realtà, bensì di un amore lacerato per la creazione ferita di Dio.
Al carattere sapienziale della visione del mandorlo, fa seguito il carattere apocalittico di quella caldaia bollente. Tutta la terra sembra essere convocata al grande processo di Dio col suo popolo. La sciagura viene da Nord e G. deve ormai vivere questa dura consapevolezza. G. non annuncia la presa di Gerusalemme, ma soltanto che gli eserciti nemici si installeranno alle porte della città. Nulla è ancora deciso: gli abitanti di Gerusalemme devono pentirsi affinché non si realizzi la possibile catastrofe. L’accento va posto sulle conseguenze delle scelte fatte nel momento presente: Dio si scaglia contro il popolo a causa della sua infedeltà e dell'idolatria: occorre dunque una conversione teo-centrica.

3^ IL PROFETA, COME “RESISTENTE”: 1, 17-19
Dopo il profeta chiamato ad annunciare la Parola e dopo il profeta che guarda per capirla, appare ora l’immagine del profeta come “uomo pubblico”, proiettato nella vita politica.
v 17-19 [Lettura dal testo]
A G. viene richiesto di “cingersi i fianchi” (= prepararsi per un lavoro o per una battaglia), di alzarsi (qum) e di dire “tutto ciò che il Signore gli ordinerà”: il momento della chiamata non contiene tutta la rivelazione di Dio al profeta, bensì soltanto l’inizio di un cammino; non un’illuminazione straordinaria, Ma piuttosto un salto nel buio: tutto è ancora confuso, incerto; l’unica certezza è la certezza di fede nella potenza e nella fedeltà di Dio.
“Non spaventarti alla loro vista”, dice il Signore, perché, se il profeta si ritrarrà per paura degli uomini, Dio stesso diventerà per lui opaco, angoscioso, lontano; proprio questo accadrà nelle confessioni dove il problema centrale sarà come capire questo Dio lontano che sembra aver rotto la sua promessa di essere vicino? [“Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti” (15,18); “Mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno, loro ridono tutti di me.. Ho obiettato allora: non porterò più la Parola in nome suo” (20,7.9); “Maledetto il giorno in cui nacqui...perché non mi fece morire nel grembo materno mia madre sarebbe stata la mia tomba” (20, 14a.17)]
Il tema della paura mostra come il problema di Dio si porrà nel confronto con i poteri pubblici: G. dovrà affrontare il potere politico, il potere religioso e il popolo stesso. L’esperienza esistenziale di Dio non consisterà in una pura interiorità, bensì nella posizione in piedi per annunciare la Parola “di fronte a...”. La missione del profeta è una lotta contro tutti. G. è inviato non per essere debole, ma forte; non per essere vinto, ma per vincere; non per morire, ma per sopravvivere. Le espressioni “fortezza”, “muro di bronzo” sottolineano la solidità del profeta nella sua attività: “levati, alzati di fronte al palazzo reale, nel cortile del Tempio o nella strada”. È un immagine rude di resistenza, quella qui contenuta che non annuncia la sconfitta, ma il conflitto e il testo è proprio diretto contro la paura dei conflitti necessari ed inevitabili. Se è necessario “dire tutto ciò che io ti ordinerò” a “tutto il Paese”, lo scontro fra queste due totalità sarà inevitabile. (Di fronte all’annuncio di G. tutti gli strati sociali si sentiranno provocati “Tutti mi maledicono...” (15, 10) e reagiranno tentando addirittura di farlo morire (c. 26,4 [5]) e comunque infliggendogli la prigione; (dirà Neher che dei 40 anni della sua missione, G. ne trascorrerà una ventina in prigione).
v 19. “Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti (liberarti). Oracolo del Signore””.
Dunque, resistere, tener duro, non temere, avere fiducia, combattere. Il verbo “salvare” o meglio, come altri traducono, “liberare” potrebbe essere messo in rapporto con la sobria promessa fatta a Baruc al c. 45,3-5 [6]: egli (Baruc) deve ormai rinunciare ai propri progetti politici e il Signore gli promette soltanto salva la vita (la vita come bottino: si tratta dunque di rinunciare ai grandi progetti politici e di vivere dall’altro lato della speranza, dal lato trascendente, cioè vivere la speranza nonostante il male; D, Bonhoeffer: (passo tratto da “Resistenza e resa” )“Dovremo sperare, più che pianificare, tener duro più che proiettarci in avanti”). Il profeta e il suo libro che contiene il messaggio divino diventeranno la nuova e permanente speranza dopo la catastrofe.
Quando la politica ha esaurito le sue possibilità, la guerra è persa, le cittadelle sono cadute, le colonne sono crollate, le mura sono state incendiate e il popolo viene disperso, il profetismo diventa la sola difesa capace di garantire la sopravvivenza, rappresenta l'unica speranza. Poiché l'indipendenza, la città e il Tempio sono andati in fumo, al re, al saggio, al sacerdote, succede il profeta: restano infatti solo il libro e la sua comunicazione. Finché un profeta è presente nulla è mai definitivamente chiuso, nulla è mai definitivamente perduto.
CITAZIONI

[1] v.1,5
Sal. 138,15-16 “Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno”.


[2] v. 1,6
Es. 4,10 “Ma io Signore non sono un buon parlatore,... sono impacciato di bocca e di lingua”


[3] v 1,8
Es 3,12 “Io sarò con te” (“Ora va ! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti)
Gdc 6,16 “Io sarò con te” (L'angelo del Signore si rivolge a Gedeone, affinché salvi il popolo dai Madianiti)


[4] v. 1,9
Ger 20,9 “Nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa: mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”
Ger 23,29 “La mia parola non rassomiglia forse a questo? a un fuoco – oracolo del Signore – a un martello che polverizza la roccia?” )

[5] vv 1,17-18
Ger 26,4 “Dice il Signore: se non mi ascolterete, se non camminerete secondo la legge...io ridurrò questo tempio come quello di Silo e farò di questa città un esempio di maledizione per tutti i popoli della terra. Il popolo, i sacerdoti e i profeti lo arrestarono dicendo: Devi morire! Perché hai predetto nel nome del Signore che questo tempio diventerà come Silo e questa città sarà devasta, disabitata?
Silo: ricordo della prima grande catastrofe: la cattura dell'arca santa e la distruzione del santuario dell'arca in Silo da parte dei Filistei.

[6] vv 1,17-18
Ger 45,3-5 “Tu hai detto: Guai a me poiché il Signore aggiunge tristezza al mio dolore. Io sono stanco dei miei gemiti e non trovo pace. Dice il Signore: ecco io demolisco ciò che ho edificato e sradico ciò che ho piantato; così per tutta la terra. E tu vai cercando grandi cose per te? Non cercarle, poiché io manderò la sventura su ogni uomo. Oracolo del Signore. A te farò dono della vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai”


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