News; 30 gennaio 2010 "Dare un'anima all' Euroregione"

Pubblicato/Aggiornato: venerdì 22 gennaio, 2010

Dare un’anima all’Euroregione
Il contributo dell’insegnamento sociale delle religioni

Trieste, sabato 30 gennaio 2010, ore 9.00
Aula magna Facoltà di Scienze della Formazione, via Tigor 22

TAVOLA ROTONDA

Introduce: Giuseppe BATTELLI, preside della Facoltà

Conduce: Caterina DOLCHER, Commissione culturale del Centro Veritas

Saluti delle Autorità

Partecipano:

Eugenio AMBROSI, vicepresidente Centro Veritas:
“Trent’anni di cooperazione interregionale, da Alpe Adria all’euroregione”

Francesco RUSSO, presidente dell’Istituto J. Maritain di Trieste e docente all’Università di Udine:
“Religioni e allargamento europeo: il progetto XL”

Giampaolo CREPALDI, vescovo di Trieste:
“Dottrina sociale della Chiesa cattolica ed Europa”

Khaled FOUAD ALLAM, docente di sociologia del mondo musulmano e storia e istituzioni dei paesi islamici all'Università di Trieste e islamistica all'Università di Urbino:
“Esiste un patrimonio islamico del lavoro degli immigrati?”

Michele CASSESE, docente di Storia moderna alla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Trieste, e di Storia del Protestantesimo presso l’Istituto di Studi Ecumenici “S. Bernardino” di Venezia:
“L'eredità protestante nella costruzione della casa comune europea”

Shurgaia GAGA, ortodosso georgiano, docente all’Istituto di Studi Ecumenici “S. Bernardino” :
“La dimensione contemplativa della vita”


Ore 12.00
Dibattito

Ore 13.00
Conclude: Francesco LONGO, Commissione culturale del Centro Veritas

Iniziativa sostenuta dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, L.R. 6/1989


EUROREGIONE, alla ricerca di un’identità.
dott. Eugenio Ambrosi,
direttore ERDISU – Ente regionale per il diritto e le opportunità allo studio universitario di Trieste
Trento, 30 aprile 2008 – Workshop “La cooperazione transfrontaliera in Italia e in Europa, tra ambizione e realtà”.
Provate a chiudere gli occhi ed immaginate che in rapida succesione vi passino davanti le cartine geo-politiche della Comunità di Alpe Adria, delle Euroregioni Adriatica ed Alpina (la c.d. Villa Manin), dei progetti Zukunftsregion e Matriosca; e poi quelle delle aree di eligibilità dei programmi comunitari di cooperazione territoriale Italia-Austria e Italia-Slovenia, Adriatico Transfrontaliero, Spazio Alpino, Europa centrale ed Europa Sud-orientale, Mediterraneo, Interregionale; e poi quelle delle Associazioni ed Istituzioni di rappresentanza degli interessi regionali: Comitato della Regioni, Assemblea delle Regioni d’Europa, Conferenza della Regioni Periferiche e Marittime, Comunità delle Regioni europee di confine. Che cosa accomuna tutte queste diverse dimensioni di lavoro “senza confini”? La risposta è una sola: la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia.
E’ nel nostro codice genetico cooperare con il prossimo europeo, vicino o lontano che sia, ed è per questo che ormai da 15 anni il tema dell’Euroregione è presente nell’analisi, nel dibattito, nel confronto che le nostre istituzioni e di nostri rappresentanti propongono a tutto campo. Siamo stati in prima linea nel rivendicare a suo tempo la sottoscrizione dell’Accordo italo/austriaco di cooperazione transfrontaliera così come poi abiamo proposto quelli con Slovenia e Croazia, in questo secondo caso inascoltati; abbiamo contribuito alla stesura del regolamento GECT sin dall’inizio, il Presidente e gli Assessori facendo lobby politico-istituzionale a tutto campo con i vertici di Bruxelles, noi funzionari dando la nostra esperienza ai colleghi comunitari ed italiani, quando 24 Stati su 25 erano contrari alla sola idea di disciplinare con norma regolamentare la nascita di uno strumento giuridico per la cooperazione transfrontaliera che utilizzasse anche fondi non UE. Dando anche una mano ai colleghi degli Affari regionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri che cercavano di portare a ratifica parlamentare il Primo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Madrid sulla cooperazione transfrontaliera, poi fermati più dalle resistenze di altri colleghi ministeriali che dalla fine della legislatura. E la nostra struttura era poi stata chiamata a Roma dal Ministero dell’Economia a fare parte di un ristretto Think Tank sulle prospettive della cooperazione territoriale nella nuova programmazione 2007/13 e da lì poi a coordinare per un anno e mezzo i lavori del Tavolo di lavoro Stato-Regioni sul nuovo Obiettivo 3 Cooperazione territoriale.
Se però andiamo a rivedere il portato della nostra esperienza, ad esempio quando ci viene chiesto: ma insomma, cos’è questa Euroregione, dove state andando, quali sono i suoi risultati per i vostri cittadini? ci ritroviamo con una idea strategica che ha faticato e fatica tuttora a trovare concretizzazione. Poco tempo prima di essere destinato ad altro incarico, alla fine del 2006, avevo presentato in chiave tecnica al Comitato di Direzione dell’Ente, su richiesta della Direzione Generale, la situazione e le prospettive euroregionali. Ebbene, anche in quella sede avevo percepito una diffusa sensazione di perplessità e distacco, nonostante quelli dell’Euroregione e del GECT fossero temi forti del Presidente e dell’intera Giunta Regionale. Eppure, l’attenzione della Regione ai temi dell’Euroregione nasce ben prima: formalmente, nel 1994, quando l’ass. Guerra propose una relazione per un convegno a Venezia sull’Euroregione del Nord Adriatico, aprendo una lunga riflessione sul futuro della cooperazione al di sopra dei confini in un’area che in tale ambito era stata antesignana in Europa, con la creazione della Comunità di Alpe Adria nel lontano 1978, e che già allora si interrogava sui limiti e le prospettive di quell’esperienza di cooperazione che tanto aveva influito sullo sviluppo dei rapporti regionali Est-Ovest e sull’impatto che i fondi comunitari e l’allargamento della Comunità europea avrebbero avuto sul modo di interpretarne i soggetti, le modalità, gli strumenti, i sogni.

Ma anche all’esterno dell’Amministrazione regionale il tema dell’Euroregione ha faticato e fatica ad imporsi, nonostante gli sforzi informativi dell’Amministrazione anche attraverso l’Ufficio Stampa, pensiamo a quanto è ricca oggi la Rassegna Stampa dell’argomento, e la Direzione rapporti comunitari, che da sola negli ultimi quattro anni ha sostenuto, con la LR 6/1989 (Legge c.d. Europa), la realizzazione di oltre cento iniziative sul tema dell’Euroregione che c’è e che ci sarà..
Questa difficoltà non deve peraltro stupire: nel 2000 abbiamo fatto un sondaggio con SWG verificando tra l’altro la percezione che i cittadini di FVG, Carinzia e Slovenia avevano della Comunità di Alpe Adria, a quel tempo attiva da ormai 25 anni: ebbene, sì e no il 15% aveva idee chiare su cosa fosse Alpe Adria! D’altronde, gli stessi partner amministrativi e tecnici sono stati il più delle volte disattenti ai lavori della Comunità: nei primi anni ’90 sono stati realizzati alcuni studi e manuali di pianificazione territoriale che ancora oggi in giro per l’Europa vengono citati e proposti come esempio. Senza sapere né immaginare che ben poche righe di quei manuali sono poi state utilizzate o trasformate in disciplina organizzativa. E lo stesso si è ripetuto dieci anni dopo con il progetto VisionPlanet, un ambizioso tentativo di programmare lo sviluppo di un’area vasta dall’Egeo al mare del Nord passando per l’Adriatico.
Ecco allora che una grande sfida, completamente nuova, si pone a quanti credono nella prospettiva euroregionale e nelle sue potenzialità innovative di governance del territorio: creare dapprima un’identità condivisa dell’Euroegione, identificarne la missione costitutiva e progettare una visione strategica di breve-medio periodo. Per fare tutto ciò, o meglio: per supportare tutto ciò, pare necessario un nuovo approccio anche alla dimensione comunicativa di tale progetto: pensiamo a quanto è stato studiato, pensato e realizzato per comunicare e fare comprendere appieno l’allargamento comunitario, l’introduzione dell’Euro, l’abolizione dei controlli con il trattato di Schengen. Per l’Euroregione ci vuole qualcosa del genere, che affianchi gli strumenti tradizionali posti in essere dalla diplomazia interistituzionale e dal mercato economico (in altri tempi, neanche tanto lontani, avremmo ricordato anche l’uso dei muscoli e delle armi), un vero e proprio piano di comunicazione, articolato, che informi sull’Euroregione, che parli dell’euroregione, che lavori per l’euroregione. E che aiuti tutti noi a vivere in una consapevolezza diversa questa affascinante sfida.
Ma un’identità, per essere comunicata, deve essere prima costruita e condivisa, nel nostro caso innanzitutto a livello istituzionale. E non può trattarsi di un discorso astratto: a novembre la Regione FVG assume la Presidenza di Alpe Adria e da tempo tutti i partner della Comunità aspettano di conoscere cosa l’Amministrazione propone per il futuro di quest’area geopolitica.


Alcune idee su confini, identità, cooperazione transfrontaliera, euroregione
(Here, there, everywhere: contributi di ieri e di oggi dell’identità dell’euroregione)

Una delle caratteristiche più importanti delle regioni dell' Euroregione sono le minoranze etniche, che facendo parte delle civiltà europee rappresentano un notevole patrimonio per questa parte d'Europa. Perciò è importante che in quest'area si evolvano e si affermino, soprattutto fra i giovani, quei concetti e quegli obiettivi che derivano dal rispetto della diversità fra i popoli, dal desiderio di convivenza, tolleranza e di miglioramento delle condizioni di vita comuni.

E’ così estremamente importante il modo in cui la maggioranza della comunità, in particolar modo i giovani, influisce sulla creazione di nuovi e migliori presupposti per una soluzione concreta delle questioni ancora irrisolte tra le genti dell’Euroregione. Nel fare ciò è fondamentale che la propria identità sia fondata anche sull' amore verso la propria nazione, e in particolar modo verso la propria lingua e cultura nel pieno rispetto dei popoli e delle culture delle altre nazioni. Ritorniamo ancora all’Euroregione. Qual e il significato di questa Comunità? Sebbene siamo divisi da circostanze geografiche, di cultura, lingua e storia, come vicini dobbiamo fare in modo di comprenderci nell' interesse reciproco. E’ questo il vero e proprio spirito di comunanza euroregionale: la coscienza della necessità di rimuovere risentimento, sfiducia ed incomprensione. La rinuncia all'intolleranza nazionale nei confronti dei vicini, e naturalmente nei confronti delle minoranze della propria regione è indispensabile per l'interesse primario di tutti, e cioè il raggiungimento ed il mantenimento della pace.

Si dovrebbe cercare di trarre utilità dal bisogno umano primigenio di sicurezza in un ambiente conosciuto, di tranquillità in mezzo a persone della stessa origine, di rispetto come singolo individuo e membro di una comunità portatrice di ideali e valori ed a favore della convivenza al di là di confini regionali e statali. Determinante è, tuttavia, riuscire a rimuovere il senso di estraneità reciproca, sostituendolo con uno spirito di comunanza. Questo è prima di tutto un compito della scuola e poi dell’università. Al contempo si dovrebbe fare in modo che gli abitanti dell’Euroregione imparino la lingua dei vicini, non in termini obbligatori ma fornendogliene l'opportunità. Ogni cittadino dovrebbe apprendere una manciata di parole della lingua del vicino, tutti dovrebbero saper riconoscere gli inni nazionali, conoscere qualche canzone ed il suo significato, nonché le formule di saluto e ringraziamento. Non si tratta di apprendere l'idioma tout court bensì di avvicinarsi a quanto non si conosce pur essendo “fuori porta”. La conoscenza della reciproca cultura e storia consente di sperimentare come patria comune lo spazio in cui si vive assieme. Gli stati dei quali fanno parte le regioni dell’Euroregione sono in parte gia membri dell'Unione Europea, gli altri mirano ad entrarvi quanto prima. Non si tratta di un'utopia pluriculturale aliena al mondo in cui viviamo, bensì della necessità di non ledere l'identità, la tipicità degli stati di questa nuova dimensione euroregionale.
Speriamo che presto per tutti sia possibile lasciare da parte la sfiducia e dire a questo punto: noi cittadini dell’Euroregione.
Dopo le grandi sfide per il mercato unico, per la moneta unica, per l’allargamento a Paesi una volta considerati “nemici”, la cittadinanza euroregionale può essere una nuova, impegnativa ma elevata occasione di un comune intendere, volere, impegnarsi.

Molte ricerche demoscopiche confermano il forte bisogno di appartenenza che si manifesta nei giovani europei (ma non solo). Un'indagine governativa francese (non recentissima, ma che ha raccolto quasi un milione e mezzo di questionari nella fascia tra 15 e 25 anni) ha evidenziato il desiderio vivissimo di esprimere il proprio punto di vista in una società dominata dagli adulti, e pone ai primi posti della scala di priorità valoriale il lavoro, la famiglia, la casa.

Grandi ideali come la lotta al razzismo e l'unità d'Europa finiscono in effetti in fondo alla scala. Traspare un’ansia di affermazione personale e di integrazione sociale che trova riferimento primario dentro al più immediato cerchio di comunità: quella familiare, ma anche fra gli altri ambiti comunitari: quello dell'etnia e quello dello Stato nazionale costituiscono un obiettivo per l'identificazione, lo confermano una pluralità di fenomeni socio-culturali, ad esempio l'insorgenza di comunità linguistiche organizzate – da quelle italofone a quelle germanofone, da quelle magiare a quelle rumene-; come pure il successo elettorale di formazioni politiche autonomiste, fortemente radicate nelle realtà territoriali regionali (le Leghe, le Diete), a cui hanno concorso larghe aliquote di elettori giovani. Ma l’appartenenza e l'identità sono un bisogno e un valore. L'instabilità delle appartenenze (familiari, etniche, nazionali), provoca disturbi dell'identità che sul piano personale e sociale degenerano nell'egoismo individualista, nello sradicamento e nelle fenomenologie negative conseguenti: aggressività, fanatismi ideologici e religiosi, intolleranza, abbandono degli ideali universali. Di qui la responsabilità, che incombe sulle comunità locali e sugli organismi d'intesa plurietnica quale l’Euroregione per la loro efficace immediatezza di azione, oltre che per l'esperienza consolidata dei rapporti), di avviare una rapida politica di educazione alla interculturalità, il cui scopo è di condurre singoli e collettività ad ottenere una maggiore consapevolezza del proprio essere storico attraverso la conoscenza delle culture d'appartenenza, nel valutare le quali si apprende a rispettare la dignità di ogni altra. Perchè si passi dall’euroregione multiculturale come stato di fatto alla Euroregione multiculturale accettata come valore, occorre convogliare le generazioni (e in particolare le più giovani), verso un quadro di valori centrali sovraetnici, l'accettazione della libertà di espressione religiosa, delle pari opportunità fra le persone, della democrazia parlamentare, della libera economia, della democrazia fra le culture, verrà a costituire il riferimento irrinunciabile per tutti i membri di una comunità euroregionale plurietnica e multiculturale. L'elasticità delle appartenenze identitarie, dall'ambito locale a quello universale, e il risultato di una convinta educazione alla interculturalità, che porti fuori dalle logiche estreme della assimilazione, da un capo, e della esasperazione delle differenze, dall'altro, orientando a questo fine le azioni convergenti delle agenzie socializzanti (dalla famiglia alla scuola all’università).
Sembra essere diffuso, fra i giovani europei, un accentuato orientamento pragmatico. Accantonati valori astrattamente universalistici che si sono manifestati vuoti di contenuti e che sono stati più dichiarati che tradotti nella pratica, sono orientati su valori, che si può dire, a medio raggio, ed hanno posto al centro l'autonomia personale e il rispetto dell’autonomia altrui. Con la severità che è tipica dei giovani, hanno sottoposto a vaglio la coerenza fra valori enunciati e comportamenti ed hanno messo da parte tutto quanto è apparso loro come imbroglio e mistificazione.
E di questi tempi, di idee e di pensieri forti non se ne vedono molti in giro. Giovani croati si rendono perfettamente conto del fatto che la Croazia, appartenendo per la sua geografia, la sua storia e la sua cultura all'Europa centrale, ha costruito la propria identità fondendo elementi della sua cultura tradizionale con altri delle aree europee circostanti. Laddove in passato l'identità di una nazione si creava unendo i suoi propri valori tradizionali ad altri elementi culturali provenienti da paesi confinanti e vicini dal punto di vista culturale, politico e religioso, nel nostro secolo l'identità viene influenzata soprattutto dalla cultura mondiale trasmessa dai mass media. La parte occidentale dell'Europa centrale viene ad essere un semplice canale di trasmissione della società consumistica dell' occidente. Per quanto l'ex-Jugoslavia comunista riuscisse a sopprimere elementi della cultura e dell'identità nazionale, era praticamente impotente invece di fronte ad altri elementi della cultura popolare occidentale, quali il jazz, il rock'n'roll, i jeans, la Coca-Cola, i punk, la droga e le discoteche.

Dopo una resistenza iniziale negli anni Cinquanta, la politica ufficiale aveva smesso di curarsene, limitandosi semplicemente a controllare tutto il materiale stampato e i media che potessero avere un'incidenza ideologica o religiosa negativa sul pubblico in generale. I comunisti si erano resi conto che una maggiore liberalità verso quei fenomeni della cultura occidentale che non interferivano con i temi ideologici poteva rappresentare un valido sfogo per le masse. Tutti crescevano sotto l’influenza della cultura americana e della musica inglese.
Quali legami collegavano i giovani croati all'Europa centrale? Le vicine Trieste e Graz negli anni Settanta e Ottanta erano diventate gli shopping center dei giovani croati, perché là si potevano comprare tutte le novità più recenti ancora introvabili nelle città croate: jeans, videoregistratori, walkman, dischi e cassette. Migliaia di giovani partecipavano ai concerti rock tenuti in Europa centrale da Vienna a Verona a Budapest, comprando o consumando prodotti di origine anglo-americana. Il primo importante movimento giovanile mondiale della Croazia negli anni Sessanta- il movimento hippies - veniva dagli USA, negli anni Settanta il punk veniva dalla Gran Bretagna e lo stesso accadeva in altre parti d'Europa e dell’Euroregione, la cultura anglo-americana ha avuto un'influenza incredibile sui giovani di tutta Europa.
Le radici comuni dei giovani europei affondano nei film, negli schermi dei computer, negli IPod, nei CD e nel DVD, nei fumetti. Gli eroi dei mass media sono gli stessi per tutti i giovani. I graffiti di tutta Europa confermano lo stesso. La cultura tradizionale ha una parte sempre minore nella vita quotidiana dei giovani, spesso limitata principalmente alle consuetudini legate alle feste religiose ed alle relativi dimensioni religiose. La guerra in Slovenia, in Croazia, in Serbia, in Bosnia ha portato mutamenti di rilievo nella vita dei giovani. L'infanzia e stata troncata all'improvviso ed i giovani sono maturati rapidamente, molti in combattimento.

Il Novecento ha visto giocarsi infiniti conflitti, taluni tragici, ma quello che più li riassume può forse essere identificato in quello tra passato e futuro, qualcuno ne ha parlato come di uno svincolo ferroviario: di qua il conservatorismo, il gusto del retrò, l’era meglio quando si stava peggio; di là l’innovazione, le biotecnologie, le odissee nello spazio, come quella che la sonda inviata dalla Nasa a gennaio porterà fra 1453 anni dalle parti della Stella Polare la canzone dei Beatles Across the universe in formato MP3.
Se il Novecento ha inventato il futuro, spetta ora a noi raccoglierne la missione e trasformarla in azione e concreta realizzazione.
Progresso e tradizione probabilmente da sempre hanno caratterizzato la storia umana, ma è innegabile che anche i promotori del progresso hanno le loro radici nella tradizione ed un debito di riconoscenza con il passato.
E’ in questa ottica che, approfittando di un’ampia rilettura della vicenda umana, professionale, artistica, culturale, economica dei Beatles e dei nostri ultimi quarant’anni di storia si è inteso sviluppare, nel più ampio contesto di quella avviata in tal senso dagli avvenimenti organizzati per celebrare Liverpool come Capitale europea della cultura 2008, una riflessione su come i cambiamenti istituzionali, politici, culturali, sociali degli ultimi decenni, accompagnati se vogliamo dalle musiche dei quattro (ex) ragazzi di Liverpool, hanno reso possibile l’idea prima e la proposizione poi del progetto di euroregione. Nell’auspicio che la terza fase, quella della realizzazione, sia quanto più prossima possibile.

Alcune idee …
Abbiamo richiamato più volte il pensiero di padre David Maria Turoldo sul fatto che il confine è il risultato che la storia, in primis con le sue guerre, imprime sulla geografia.
E’ per questo che una chiave essenziale per la comprensione del confine è la sua trasformazione continua nel tempo, in un processo che si alimenta degli stessi passaggi tra un confine e l’altro, che vive di contaminazioni, presentazione perenne di altri cambiamenti, perfino talvolta inattesi.
Intorno al confine ma soprattutto a causa del confine spazi interni o domestici si oppongono a spazi esterni o stranieri, l’appartenenza nazionale o la cittadinanza si oppongono alla segregazione di chi è definito ed individuato come straniero.
Varcare un confine è così un po’ come attraversare un fiume, come lasciare uno spazio familiare proprio, dove ognuno ha il suo posto, per entrare in uno spazio diverso, uno spazio se vogliamo straniero e quindi ignoto dove il confronto con l’altro rischia di farsi ritrovare senza un luogo proprio di riferimento, senza radici, senza identità. Perché esista uno straniero deve esistere un indigeno, così come perché esista un fuori deve esistere un dentro e questo dentro deve aprirsi verso il fuori per conoscerlo, accettarlo, accoglierlo. Alla fine, per essere se stessi ci si deve aprire e proiettare verso chi ci è estraneo, prolungarsi in esso e con esso per cui rimanere chiusi nei propri confini, rimanere chiusi nella propria identità significa perdere la possibilità di conoscersi appieno. Mentre è solo con il contatto e lo scambio con l’altro che ci si conosce appieno e si può così crescere.

I confini politici si avvicinano o almeno spesso tendono a coincidere con i confini culturali, per dividere e marcare i quali in passato molti hanno lavorato per costruire quelle basi su cui fare poggiare le strutture statali; ma gli attuali processi di integrazione europea si caratterizzano per il rafforzamento delle unità territoriali, vuoi su motivazioni economiche nel nuovo mercato globalizzato vuoi su motivazioni socio-politiche e geo-politiche nell’ambito dei nuovi rapporti di amicizia e collaborazione tra Stati.

E’ in questo contesto che sono emerse nel tempo le problematiche più proprie delle regioni di confine, quali le difficoltà di sviluppo di quelle aree, cui viene oggi finalmente riconosciuto il nuovo ruolo di collegamento territoriale e sociale decentrato a fronte di un modello politico tradizionalmente centralizzato.

Le regioni di confine non sono solo dei territori né sono una unità territoriale omogenea, poiché racchiudono forme rilevanti di discontinuità causate proprio dalla presenza del confine. Ma è pur vero che esse sono caratterizzate da forti legami funzionali, che traggono origine dalle disparità economiche tra le due aree confinanti così come dalle affinità di tipo culturale e sociale che collegano le popolazioni di confine.

In questo contesto, l’euroregione si configura come una regione grazie ad un principio di funzionalità, che rende atto del processo di adattamento della popolazione alle disparità economiche esistenti e grazie ad un principio di omogeneità, poiché i confini politici spesso separano paesaggi culturali unitari in cui le popolazioni condividono le stesse caratteristiche etno-linguistiche.

Il mito dell’euroregione è dunque quello del superamento del confine, tanto più sentito nelle regioni di confine tra l’Ovest e l’Est europeo. Oggi l’Est e l’Ovest nella nostra euroregione si sono sostanzialmente ricongiunti, anche se l’ingresso della Croazia nella UE è ancora da definirsi nei tempi e nei modi. Ma intanto, è opinione diffusa che manca quell’Est di cui la Trieste moderna ha sempre tratto alimento.

Ma qualcuno ritiene che le parti sono rimaste tra di loro estranee, paradossalmente forse più di prima della caduta del Muro: nel tempo il Muro e tutto ciò che esso determinava era diventato un punto di riferimento e di orientamento spaziale, motivo di dolorose evenienze ma anche di certezze per certi versi rassicuranti ora in parte venute meno. Quasi l’allargamento dell’UE abbia messo sottosopra il territorio e causato un rimescolamento sempre più enigmatico.

Il dibattito politico ed istituzionale degli ultimi 15 anni sembra caratterizzato da una sola certezza: l’euroregione è condannata sempre e solo a diventare, mai ad essere. E questa condizione di costante labilità e di strutturale indeterminatezza, questa realtà in continuo ripensamento se non cambiamento, la porta ad una continua metamorfosi, un territorio in cui è più evidente che mai che la storia ha lasciato le sue impronte sulla geografia, cambiando e ricambiando i confini, causando migrazioni in un verso e nel suo contrario, determinando in questa nostra area che si ritiene, a torto o ragione, il centro della Europa, lo specifico spiritus loci mitteleuropeo.

E’ in questo contesto profondamente modificato che emerge il problema dell’integrazione sociale con la struttura nazionale etnico-linguistica europea che conta decine e decine di stati-nazioni, nazioni senza stato, minoranze: la diffusione dei mezzi di comunicazione e la circolazione delle persone a livello locale, regionale, statale sovrastatale ha provocato e sta provocando reazioni di chiusura e di conservazione del carattere nazionale dei singoli stati o di singole aree statali ed in questo contesto le stesse comunità locali dovranno ripensare la loro posizione ed il loro ruolo nella prospettiva dell’integrazione europea e della globalizzazione.
La globalizzazione condiziona anche i modelli culturali e tende ad eliminare le specificità locali, regionali o nazionali o a portare alla deterritorializzazione delle strutture spaziali e sociali. Il modello europeo della unione nella differenza deve quindi proiettarsi nella nuova dimensione mondiale e relazionarsi al melting pot globale dettato dal web anglofobo.

Le regioni ed i rapporti sociali tradizionali devono fare i conti con queste nuove sfide e proporre nuovi modelli di gestione e circolazione delle informazioni a livello interregionale e interstatale, ove la quantità e varietà degli spazi culturali testimonia degli scontri del passato e delle tensioni del presente così come della volontà di cercare nuovi equilibri e rapporti anche nella dimensione delle varie forme di cooperazione transfrontaliera. Anche il futuro della nostra euroregione dipende dalla possibilità di dare concreta applicazione ai modelli di integrazione basati sul richiamo ai suoi valori.

Nella dimensione complessa della nostra euroregione i flussi transfrontalieri e le relazioni istituzionali inter-regionali assumono una direzione molto lineare, di transito, mentre a livello locale i contatti transfrontalieri minori abbracciano sfere di interesse più ampio ed impattano in misura maggiore sul territorio, dove i contatti e le interazioni transfrontaliere derivano dalla mobilità della popolazione di confine nello svolgimento di attività spazialmente rilevanti così come dal persistere di relazioni sociali e culturali storicamente radicate, soprattutto nei casi di omogeneità transfrontaliera nel campo culturale, linguistico ed etnico.

Un progetto di sviluppo regionale è anche un progetto di apprendimento e di conoscenza, in una visione di sistema ciò ha luogo nella misura in cui tutte le componenti apprendono e conoscono, principio questo che deve essere tenuto ben a mente a chi promuove un simile progetto di sviluppo, ad esempio dalle organizzazioni che sostengono il progetto dell’euroregione, pena il vanificare la vena innovativa e creativa insita nel progetto.
Il superamento di ciò che è interno ad una euroregione e che è contemporaneamente esterno alle singole sue unità territoriali può avvenire solo nella misura in cui esistono sistemi nei quali l’attore regionale si sente compreso e riconosciuto nella sua specificità, nella sua cittadinanza all’interno della più ampia dimensione euroregionale: per divenire cittadini dell’euroregione è così necessaria la presa di coscienza delle rappresentazioni mentali del territorio da parte dei suoi singoli abitanti.

La riflessione sull’euroregione, sulla sua struttura, sul suo essere e sul suo divenire va inquadrata in quella più ampia sul futuro sviluppo delle regioni periferiche, per comprendere la posta in gioco per poter costruire uno sviluppo sostenibile “glocale”, che partendo dal territorio guardi alla globalizzazione in atto, al di fuori degli schemi del passato, dei ricordi ma anche dell’ignoranza.
Partendo dagli stimoli sulla localizzazione della capitale e delle sue strutture tecniche ed amministrative si deve riflettere sull’incontro tra centro e periferia dell’euroregione, in cui ciascuno può credersi il centro grazie anche alla nuova immediatezza della comunicazione on line, telefonica, radio-televisiva che oggi è in grado di riprendere i rapporti di interazione tra i vari soggetti istituzionali, economici, sociali, culturali e quant’altro e di amplificarli a in tempo reale sia su scala interregionale che interstatale.

Variano anche i codici linguistici e culturali: la nuova sfida per la dimensione euroregionale è di non rimanere prigionieri del proprio contesto culturale di origine ma di lavorare, di informarsi, di formarsi per comprendere il contesto di riferimento dell’altro. E’ una altra sfida prioritaria per il nostro essere “senza confini”.
Per giungere ad una comunità più ampia, solidale ed interdipendente si deve riuscire a pensare in termini di ridefinizione dell’identità: solo se si svilupperà un’identità più ampia esisterà la possibilità di costruire una vera comunità euroregionale.
Guardiamo il programma Erasmus ed il suo successo e, nel nostro piccolo, il suo spin off MOVE dell’Erdisu di Trieste: è un esempio positivo di come educare le nuove generazioni all’internazionalismo ed alla flessibilità, perché permette di formare i giovani in seno ad un quadro di riferimento identitario più ampio, interdipendente.

Le euroregioni possono fare altrettanto, coinvolgendo attori di diverse generazioni in forme di partenariato, ad esempio all’interno delle case dello studente universitarie, dove le future classi dirigenti dell’area adriatica imparano oggi a condividere spazio e tempo, educazione e cultura. Anche in questo caso è l’Erdisu di Trieste ad avere lanciato la proposta di un progetto che, nell’ambito del Programma IPA Adriatico, faccia da battistrada in tal senso, così come sempre l’Erdisu di Trieste ha avviato un progetto di biblioteca – punto d’incontro euroregionale che possa favorire, nel contesto universitario, a livello euroregionale l’implementazione di strategie di sviluppo che privilegino la formazione delle risorse umane ed il lavoro di ricerca pre-costituendo in nuce un apposito think tank, affinché soggetti futuri protagonisti nelle diverse aree dell’euroregione possano incontrasi, conoscere, collaborare con le nuove reti di comunicazione che hanno rimpiazzato le frontiere tradizionali e di cui la web radio universitaria che sarà ospitata ancora una volta dall’Erdisu di Trieste costituisce un possibile punto di riferimento operativo.
Ma altre esperienze di analogo interesse ed impatto possono essere richiamate, ad iniziare da quella trentennale della Comunità di lavoro di Alpe Adria.

Una forma innovativa di affrontare il problema potrebbe dunque essere quella di affrontare e fare proprio l’inquadramento concettuale sfidante dell’incertezza, del nuovo equilibrio tra globale e locale e della ridefinizione della nostra identità in maniera più ampia, meno etnocentrica.
Anche un processo innovativo come quello della costruzione dell’euroregione può così essere inquadrato concettualmente in più step operativi:
- un processo di innovazione istituzionale passa attraverso un processo di apprendimento individuale e collettivo che porta alla conoscenza ed alla condivisione
- tale processo contiene implicitamente anche un processo di analisi dell’esistente che porta ad una sua de-strutturazione conoscitiva ed a una proposta creativa e propositiva
- i promotori di tale processo devono essere riconoscibili e riconosciuti, affinché siano legittimati a proporsi e farsi coinvolgere come attori protagonisti
- il processo non è a lungo sostenibile senza l’istituzionalizzazione dell’euroregione e la definizione di nuovi modelli di partecipazione degli abitanti dell’euroregione alla sua vita democratica, sociale, culturale, economica.

Un’euroregione dovrebbe essere un vero e proprio essere vivente, con propri attributi originali, un’originale ed univoca mappa identificativa e cognitiva, costituita da una trama di network innovativi, con una loro morfologia, un linguaggio, stili di apprendimento e motivazione, una riconoscibile storia affettiva, valori socio-economici e culturali comuni e condivisi. In questa prospettiva la prossimità fisica è rilevante in quanto produce ed alimenta questa trama di relazioni, cessa però di esserlo o ridimensiona il suo ruolo se smette di assolvere a questo compito. Una dimensione geo-politica che impedisce la prossimità fisica e di relazione ostacola l’essere intrinseco dell’euroregione.

Non va altresì sottovalutata la necessità di instaurare relazioni con i processi decisionali di tipo politico esterni ai confini dell’euroregione, come dimostrano le recenti vicende del nuovo regolamento comunitario del Gect, prevedendo un piano di intervento senza il quale si innescano (come già sta succedendo) pericolosi processi di frustrazione nei soggetti in cui matura la propensione all’innovazione ed appassiscono e vengono meno esperienze interessanti di protagonismo degli attori locali. Pare in tale prospettiva necessario un piano di interventi che includa anche strategie e strumenti operativi consoni alla natura socio-culturale dell’euroregione, in grado di mettere in discussione i processi decisionali di natura istituzionale che riducono il potere di un’intera comunità di imprimere direzioni nuove al proprio sviluppo e mettere in atto strategie efficaci per meglio affrontare le sfide al cambiamento in atto.

In tutto ciò rimane ovviamente insostituibile il ruolo dei processi istituzionali e degli attori coinvolti, quelli istituzionali in primis, anche se talora apparentemente astratti dal processo di cambiamento ed intesi come componenti istituzionali più che politici.
Così come emerge la considerazione che ogni processo di innovazione e cambiamento comporta comunque un autentico processo di conoscenza ed apprendimento individuale e collettivo che deve necessariamente essere istituzionalizzato, anche nell’individuazione dei soggetti coinvolti come attori primari dell’intervento.

Dal punto di vista politico-geografico l’adriatico settentrionale e la sua proiezione alpina è oggi diverso dal passato: con le trasformazioni politiche degli anni Novanta anche i confini etnici sono un po’ meno netti rispetto a quelli precedenti, ma gli spazi culturali ciononostante definiscono ancora le specificità dell’identità territoriale locale. In passato anche l’emigrazione della popolazione autoctona ha ampliato i collegamenti regionali di base, i processi d’integrazione odierni seguono il principio dell’unità nella diversità ed è possibile per l’Euroregione acquistare un ruolo regionale nuovo ed ampio a condizione di saper affrontare la sfida rinnovando in primis la propria tradizione multiculturale.


Alcune idee conclusive per l’identità dell’Euroregione

C’è la tendenza, pericolosa, a ritenere che per creare l’Euroregione e venderla al meglio basti applicare tecniche tradizionali promozionali: applicare un logo attraente, uno slogan accattivante e promuoverla come se non fosse altro che un prodotto del supermercato globale.
Con il pericolo che i vari soggetti dell’Euroregione pensino e parlino in base ad obiettivi inconciliabili, dando vita ad una confronto basato sulla personale comprensione che hanno della parola attraverso codici diversi, senza quindi una reale comunicazione.

L’immagine dell’Euroregione è in effetti la percezione che dell’Euroregione ne hanno gli abitanti, essa include l’insieme di associazioni, ricordi, aspettative, bisogni ed altri sentimenti che sono legati all’Euroregione. E questi sentimenti sono fattori motivanti importanti per il comportamento delle persone, quindi l’immagine dell’Euroregione è un elemento critico, è il contesto in cui il messaggio viene ricevuto, non è il messaggio stesso.
Anche l’Euroregione ha bisogno dicapire e gestire la propria identità interna e la propria reputazione esterna. Associamo quindi identità ed immagine, reputazione e obiettivi condivisi ed avremo il “core” della nostra Euroregione, avremo la sua identità competitiva.
La strategia dell’identità competitiva impone creatività, consistenza, veridicità ed efficienza ad una grande varietà di campi, alcuni dei quali superano la dimensione e competenza locale ed euroregionale, quale ad es. la promozione e lo sviluppo del turismo nazionale, gli investimenti, nazionali, il commercio e l’export nazionali, le relazioni internazionali dei paesi-madre e dei singoli partner euroregionali, le politiche sociali e culturali, l’appartenenza ad organizzazioni sopranazionali (dal CdR all’ARE, dall’AGEG alla CRPM), le diaspore etniche, la gestione dei media ed altro ancora.
Alla base di tutto, primo elemento da costruire, è uno spirito di “nazionalismo euroregionale” fra la popolazione, malgrado le sue differenze culturali, etniche, linguistiche, economiche, politiche, territoriali e storiche.
Tutto questo presuppone la capacità di fare vivere l’Euroregione ai vari attori sociali.

Va da sé che per costruire questa identità competitiva dell’Euroregione necessitano obiettivi chiaramente affermati e previamente concordati, un mix di obiettivi di breve periodo e di medio-lungo periodo:
• un chiaro accoro interno sull’identità e sugli obiettivi generali dell’Euroregione
• un clima dove la capacità di innovare viene premiata e praticata
• capacità di conquistare spazi mediatici internazionali
• un’efficace promozione congiunta degli investimenti
• una promozione più efficace del turismo
• un profil odi maggior spessore sui media internazionali
• una modalità di presenza comune degli organismi internazionali interregionali
• migliori relazioni culturali tra le regioni partner e congiuntamente con quelle di altri Paesi
L’insieme di questi obiettivi potrebbe condurre a più risultati:
• attrarre di più come Euroregione nel suo complesso
• trasferire tale maggiore attrazione su tutti i partner
• rendere i partner più attraenti anche se presi isolatamente al di fuori del contesto euroregionale
• creare ordine nell’attuale caos dell’identità euroregionale, allineando scopi ed obiettivi condivisi
La strategia che i partner dell’Euroregione possono fare è quindi quella di formulare una strategia semplice ed efficace, in grado di fare lavorare la loro reputazione a loro vantaggio:
1. scoprire il modo in cui gli abitanti percepiscono l’Euroregione, comprendere perché questa visione impedisca ad un numero maggiore di persone di avere un interesse attivo nei confronti dell’Euroregione stessa, rispettandola ed ammirandola, ascoltando ciò che ha da comunicare, investendo nella sua economia, passando più tempo e spendendo più denaro nella sua dimensione spaziale
2. trovare una visione chiara di come gli abitanti dovrebbero vedere l’Euroregione, affinché comincino a fare quanto sopra sub 1)
3. formulare un processo democratico, efficace e verificabile per procedere nella definizione dell’identità dell’Euroregione.
La definizione di questa identità competitiva comporta quindi in buona misura innovazione ma anche coordinazione e comunicazione e quindi
• decidere la strategia di identità dell’Euroregione e fare in modo che un buon numero di stakeholder euroregionali l’appoggi
• aiutare a creare un nuovo clima di innovazione fra gli stakeholder intorno al tema euroregionale
• mostrare loro come queste innovazioni possano realmente recare benefici agli affari e contemporaneamente essere in linea con la strategia dell’identità competitiva
• incoraggiarli a riflettere ed a rafforzare questa identità in tutto ciò che dicono e che fanno.


Trieste, 20.8.2008


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